23 dicembre 2005

Ds e Coop: un'analisi obiettiva

Di seguito l’editoriale apparso sulla prima pagina del Corriere della Sera di oggi da parte di un editorialista tutt’altro che in odore di “berlusconite”. Un’analisi obiettiva condita di considerazioni lungimiranti su cui ogni elettore del centrosinistra dovrebbe soffermarsi.

Caso Consorte: riflessioni sul collateralismo
I Ds e le Coop. Fine di un'era
L'imbarazzo dei Ds è comprensibile. Dopo avere agitato la «questione morale» e proclamato con una certa arroganza le loro superiori virtù civili, sono costretti a leggere nei giornali che anche il loro partito, come quello di Bettino Craxi negli anni Ottanta, ha subito una specie di «mutazione genetica».
Qualcuno si ribella e denuncia l'esistenza di un complotto. Altri respingono le accuse e rifiutano qualsiasi confronto con gli avversari. Altri ancora accennano a un «mea culpa», ma per ragioni soprattutto di stile, e credono che per uscire da questo brutto sogno basti tornare all'austerità di un tempo.
So che i consigli provenienti dall'esterno non sono generalmente graditi.Ma proverò a dire le ragioni per cui queste reazioni mi sembrano sbagliate e controproducenti.
Credo che i Ds farebbero bene, anzitutto, a sbarazzarsi dell'idea di un complotto. All'epoca di Tangentopoli molti procuratori avevano forti ambizioni e speravano di costituire una specie di Collegio dei censori al servizio della pubblica moralità. Oggi non danno interviste, non partecipano a dibattiti, non si vestono e si svestono di fronte alle telecamere. Può darsi che pecchino ogni tanto di troppo zelo, ma fanno le loro indagini con il piglio e lo stile dei loro colleghi americani, inglesi, francesi o spagnoli.
Piaccia o no, questa è la democrazia moderna. Ne sanno qualcosa Giulio Andreotti, Bill Clinton, François Mitterrand, Helmut Kohl, Gerhard Schröder e persino Tony Blair. Non vedo perché iDs dovrebbero considerarsi al di sopra di ogni sospetto e trattare ogni indagine alla stregua di un delitto di lesa maestà.
In secondo luogo dovrebbero rendersi conto che certe abitudini del passato sono diventate oggi inaccettabili e pericolose. L'osservazione è diretta in particolare a Piero Fassino e per certi aspetti a Massimo D'Alema. Quando i lettori appresero, nel corso dell'estate, che Giuseppe Consorte, presidente di Unipol, informava per telefono il segretario dei Ds sullo sviluppo dell'operazione per l'acquisto di Bnl, Fassino, risentito, ricordò i rapporti di solidarietà e vicinanza che legavano il suo partito al grande movimento cooperativo.
Commise un errore e ne intuisco le ragioni. Sapeva che i grandi partiti operai europei, a cominciare dalla socialdemocrazia tedesca, avevano incoraggiato fin dall' Ottocento la nascita nella loro società nazionale delle istituzioni tipiche di una futura economia socialista: cooperative, banche, case editrici, edilizia popolare. Ma nel momento in cui rivendicava il diritto di avere con il presidente di Unipol un rapporto organico, Fassino non sembrava rendersi conto che il quadro, nell'Europa del mercato unico, era ormai profondamente cambiato. Il fatto stesso che Unipol, società d'assicurazione della Lega delle cooperative, fosse già divenuta una banca e aspirasse ora a inghiottire uno dei maggiori istituti di credito nazionali, avrebbe dovuto metterlo in allerta e suggerirgli una maggiore prudenza.
Fassino avrebbe dovuto comprendere che Consorte non era più l'uomo delle cooperative: era un banchiere come gli altri, inevitabilmente destinato a trattare i suoi affari con la stessa libertà a tutto campo di molti dei suoi colleghi. E in tal modo avrebbe risparmiato a se stesso l'imbarazzo di questi giorni.
                                                       Sergio Romano

19 dicembre 2005

VIA FAZIO, SILVIO NON PESCARE NELLA SINISTRA BUROCRAZIA!

Il Governatore se ne va. Ora l’esecutivo non perda tempo e soprattutto non promuova una nomina sinistrorsa! E un appello a Gianfranco Rotondi che già auspica un candidatura del ciociaro nel Polo: e se andassi a Zelig?

07 dicembre 2005

Sì alla lotta al terrorismo, No allo scontro tra civiltà

Sostengo fermamente una lotta al terrorismo serrata, senza tregua ma mi chiedo: è così inaudito che qualcuno chieda conto del modus operandi? Questo post sarà ancora uno di quelli che su TV susciterà lo sdegno di molti che oggi si affrettano a riconoscere alla CIA carta bianca nello scontro con i terroristi islamici eppure la capacità di autocritica è nel dna della nostra civiltà e non dovrebbe sorprenderci né spaventarci. È giusto allora che qualcuno chieda spiegazione di alcune modalità di lotta preventive che non appartengono alla nostra storia? Io credo di sì e non vedo perché una semplice richiesta d’informazioni debba essere interpretata come un intento accusatorio. Lo stesso primo ministro inglese, strenuo alleato degli Usa, ha ribadito oggi che in nessun caso si può accettare il ricorso alla tortura e che Guantanamo “è un’anomalia che deve finire”. Io mi sento orgogliosamente europeo quando le istituzioni dei paesi dell’Ue invitano la Casa Bianca a rispettare le convenzioni internazionali e a cessare metodi primitivi di imprigionamento. Considerare prioritario il rispetto dei diritti fondamentali dell’uomo non significa rinunciare ad una politica realistica anzi. Dalla capacità di affrontare con determinazione casi come Abu Ghraib e Guantanamo dipende il valore del nostro credito nei paesi islamici. Io sono pronto a qualsiasi tipo di verità emerga da queste vicenda ma l’Occidente deve dimostrare di credere nei propri ideali senza accettare deroghe. Non ci si può arrogare una visione realistica dello scenario mondiale immaginando una lotta che non abbia alcun rispetto per la dignità umana, non possiamo accettare che per perseguire i terroristi rinunciamo a garantire il diritto ad un giusto processo. Essere fedeli alleati, come lo stesso Berlusconi ha detto più volte, non significa essere subalterni alle scelte di un altro stato, fosse solo perché queste scelte c’interessano direttamente.

28 novembre 2005

“Pubblicità regime”: via al fondo High Tech per le PMI del Sud

Alla faccia di chi rosica quando i blogger suppliscono al vuoto mediatico sulle azioni concrete della politica, oggi scrivo del nuovo strumento lanciato dal governo per favorire l’innovazione nelle PMI del Mezzogiorno. La settimana scorsa è stato pubblicato in Gazzetta il decreto interministeriale che punta a promuovere la partecipazione del capitale di rischio nelle Pmi che utilizzano tecnologie digitali per l'innovazione di prodotto e di processo. L’iniziativa rientra nelle misure previste dalla Finanziaria per il 2005, approvata quindi un anno fa circa, e dimostra ancora una volta come l’attività di un governo vada valutata nei tempi giusti. Ma vediamo le novità di questo nuovo sistema di finanziamento.
In primo luogo le imprese che accederanno al Fondo avranno ben dieci anni per restituire il prestito, un tempo quindi sufficientemente ampio per raccogliere i frutti delle nuove tecnologie introdotte. I fondi sottoscritti saranno gestiti da SGR (società gestione risparmio) con una partecipazione dello Stato che varierà dal 50% per i fondi specializzati al 33% per quelli generalisti. Il supporto statale ridurrà al minimo il rischio degli investitori privati cui tuttavia in caso di successo del progetto saranno lasciati i maggiori profitti. Infine sul modello israeliano i costi dell'istruttoria, che spesso rappresentano un freno al venture capital, saranno a carico del fondo stesso.