29 novembre 2006

Tutti i buchi nella manovra dell’Unione


Per far digerire agli italiani la stangata fiscale, il governo Prodi continua a parlare di questa Finanziaria come della terapia d'urto indispensabile a riassestare i conti pubblici. In realtà, dalla manovra continuano a venire fuori punti interrogativi proprio sui numeri del bilancio. I dubbi non sono i soliti - «parziali» - dell'opposizione, ma portano la firma del servizio bilancio del Senato, organo tecnico cui spetta una valutazione accurata e obiettiva degli effetti del disegno di legge finanziaria sull'erario. Ecco un elenco sommario dei principali punti oscuri individuati dai tecnici di Palazzo Madama.

Spesa sanitaria
Il governo ha messo in campo oltre 3 miliardi per prevenire gli sforamenti da parte delle Regioni, ma nella finanziaria non vengono specificate le misure strutturali che dovrebbero consentira il raggiungimento di questo obiettivo. Il rischio è che questa ulteriore spesa possa servire a scopo clientelare. Intanto sulla sanità graverà il regalo dell'Unione ai sindacati sul pubblico impiego. Il rinnovo del contratto di questa categoria è infatti superiore, rispetto all'inflazione programmata del biennio, di ben un miliardo e 171 milioni di lire, 512 dei quali saranno spesi per i dipendenti del comparto sanitario nazionale.

Assegni familiari
Non sono infatti chiari i meccanismi che consentirebbero il risparmio di spesa pari a circa 470 milioni di euro, che rappresenta la differenza tra la stima originaria contenuta nel testo approvato dal Cdm (1.400 mln euro) e quella attuale prevista dalla manovra uscita dalla Camera (930 mln).

Irpef
La modifica alla tassa di scopo per i Comuni per finanziare opere pubbliche rischia di produrre costi aggiuntivi a causa del rimborso dell'imposta ai contribuenti per il mancato inizio dell'opera. Incertezza anche sulle detrazioni Irpef del 55% per le spese sostenute per la riqualificazione energetica degli edifici. Secondo gli esperti c'è il rischio concreto che un aumento di queste spese, favorito dal beneficio fiscale, possa causare una diminuzione del gettito superiore a quanto previsto. Il pericolo non è da poco. E si aggiunge all'insieme di timori che stanno portando i Comuni a rinviare l'approvazione del proprio bilancio nei termini previsti, entrando in esercizio provvisorio. È quello che ha appena deciso per esempio Sergio Cofferati, rompendo una tradizione che da venti anni vedeva il comune di Bologna approvare i bilanci con largo anticipo. Ma del resto, al di là di ogni intento politico, come può un sindaco pianificare il proprio budget se a monte non vengono definite le spese che dovrà sostenere?

Cuneo
Ovviamente i calcoli restano in sospeso anche per il taglio del cuneo fiscale. Innanzitutto perchè non esiste allo stato attuale alcuna ipotesi in merito all' utilizzo delle deduzioni vigenti e quindi del benefit per l'economia in termini di competitività. Lo sconto - l'unico - sugli oneri contributivi alle imprese rischia insomma di non innescare quegli investimenti in innovazione sperati perché non c'è nessun vincolo corrispondente per le aziende. Ma quel che è peggio è che il testo della manovra non indica il numero di lavoratori dipendenti sulla cui base è stato quantificato il minor gettito Irap. Un altro numero col segno meno ancora da definire.

Tfr
Sull'erario infine graverà una nuova tegola appesa al placet dell'Eurostat sulla misura che prevede il trasferimento del Tfr all'Inps. La stessa relazione tecnica del governo, pur riconoscendo la necessità del parere favorevole delle autorità europee, non stabilisce infatti esplicitamente la riduzione delle spese connesse al Tfr. Inoltre non va dimenticato che l'effetto del trasferimento potrà comunque essere calcolato con precisione soltanto quando saranno definitive le scelte dei lavoratori sulla destinazione del proprio trattamento di fine rapporto. Il quantum potrà quindi essere valutato solo a consuntivo. E intanto? Intanto tutti gli interventi legati ai cinque miliardi che l'esecutivo spera di raccogliere con questo strumento - di finanza creativa o distruttiva? - saranno comunque finanziati. Ma è mai possibile che il ministro Padoa Schioppa, sempre così ansioso di curare il deficit, non si preoccupi di risolvere queste incognite? Verrebbe proprio da dire, con Totò: «Ragioniè, voi dovete ragionà!».

09 novembre 2006

Midterm: la sconfitta certa è quella dei teocon


Dopo il report della Cia sull'aumento del terrorismo a seguito della missione irakena arrivano le elezioni di midterm a condannare finalmente la politica messianica dei teocon. C'è ancora qualcuno a destra diposto a gettare la croce di antiamericano su chi da tempo nutriva dubbi sulla religionpolitica di Bush? Il fanatismo di una religione può essere battuto solo dal pragmatismo della ragione. A mandare Rumsfled a casa prima che la Pelosi è stata l'ala realista dei repubblicani che non ci sta a perdere le presidenziali. Era ora che ci riuscissero!

30 ottobre 2006

Un Mastellum per servire le toghe rosse

La Camera ha approvato la settimana scorsa in via definitiva il ddl Mastella, che blocca la riforma liberale della giustizia varata dal centrodestra, destinata ad entrare in vigore questo mese. Il provvedimento annacqua infatti le misure relative agli illeciti disciplinari e alla gerarchizzazione delle procure, ma soprattutto congela - fino al 31 luglio 2007 - il punto nevralgico della riforma Castelli: la separazione della funzione requirente da quella giudicante. A nulla sono valsi, su questo punto, i tentativi dell'opposizione di emendare il testo del governo. Vane anche le perplessità manifestate dai deputati della Rosa nel Pugno - da sempre sostenitrice della separazione delle carriere - che, pur tra mille mugugni, hanno finito per inchinarsi agli oneri di coalizione, dimostrando una volta di più di essere soltanto una «espressione geografica» all'interno della maggioranza.

Oltre alla distinzione delle funzioni, la nuova normativa congela anche le modifiche ai criteri di progressione delle carriere e ai concorsi per l'accesso alla magistratura. La precaria tenuta di Prodi al Senato ha permesso alla CdL di strappare solo un parziale mantenimento delle altre novità introdotte dalla Castelli. Rispetto alla riforma del centrodestra, è stato infatti escluso il coinvolgimento del Guardasigilli nel procedimento disciplinare, sul quale resterà competente la sola Cassazione, e sono state ristrette ed attenuate le ipotesi di illecito. Per quanto concerne l'assetto interno alle procure, viene invece abrogata la responsabilità esclusiva del procuratore capo e l'inserimento del provvedimento di revoca nel fascicolo personale del sostituto.

L'ansia della maggioranza di disinnescare le novità approvate nella precedente legislatura ha già provocato intanto due inconvenienti tecnici. Anche se per pochi giorni, infatti (prima che trascorra la vacatio legis per il Mastellum), entrerà in vigore l'obbligo per i magistrati di optare per la funzione di pm o di giudice. Le toghe, come forma di protesta, hanno intasato il Csm con numerosissime domande on line di assegnazione dell'incarico. Danno ben più grave invece è stato commesso sul processo disciplinare, dove il mancato riferimento al codice di procedura civile ha l'effetto di applicare le regole del processo penale al giudizio davanti alle sezioni unite civili della Cassazione.

Così, mentre le procure si trovano a fronteggiare l'ulteriore emergenza creata dal decreto Bersani col blocco dei pagamenti delle consulenze, l'Unione partorisce un altro papocchio che aggiunge confusione al caos che già assilla il sistema giustizia. Lo stesso titolo del provvedimento è di per sé estremamente eloquente: «Sospensione dell'efficacia delle disposizioni dell'ordinamento giudiziario». Il Mastellum, cioè, non rimpiazza la riforma del centrodestra con una legittima controriforma, ma maldestramente rinvia qualsiasi tipo di rinnovamento della macchina della giustizia, ferma alla disciplina del 1941.

Il rinvio cela in realtà le opposte sollecitazioni che agitano la maggioranza anche sul fronte giustizia. Da un lato le pressioni di Magistratura Democratica e Movimento per la Giustizia, le due correnti di sinistra della magistratura che da sempre invocano la cancellazione in toto della riforma Castelli. Dall'altro le tendenze più garantiste che attraversano la Margherita e la corrente riformista dei Ds, i dalemiani per intenderci. La stessa attribuzione del dicastero di Via Arenula al «moderato» leader dell'Udeur e il lungo scontro interno che ha sbarrato l'accesso di Luciano Violante al Csm, hanno indicato, fin dalla nascita del governo Prodi, l'intenzione di porre un freno alle intemperanze giustizialiste e conservatrici della sinistra togata.

Il Mastellum varato lunedì scorso è, in questo scenario, il figlio naturale di un esecutivo la cui unica preoccupazione è quella di non scontentare nessuno, di non mettere a rischio gli equilibri delicati della coalizione, di non decidere e quindi di preservare lo status quo. Pur con tutti i difetti propri di ogni legge, la riforma Castelli tentava di scrostare le ataviche anomalie delle nostre procure, riaffermando il principio costituzionale della terzietà del giudice e limitando l'eccessiva arbitrarietà dei pm nell'esercizio dell'azione penale. Non era forse la migliore riforma possibile, ma era certamente un primo passo che cercava peraltro un compromesso tra le opposte istanze di avvocati e magistrati. La stessa separazione delle funzioni, requirente e giudicante, tendeva a sintetizzare le richieste dell'Unione Camere Penali - favorevole alla separazione delle carriere - e quelle dell'Associazione Nazionale dei Magistrati, aperta all'ipotesi d'incompatibilità territoriale.

Il governo Prodi ha invece scelto ancora una volta di non scegliere, di lasciare tutto com'è, sposando così la grottesca teoria Borrelli per la quale la separazione delle funzioni esisterebbe già nel nostro ordinamento dal momento che i pm non scrivono le sentenze dei giudici. L'Unione ha scelto di evitare il percorso di una vera sinistra riformista, aperta ad una visione liberale della giustizia, che pone le garanzie individuali sullo stesso piano di quelle collettive. Mastella promette di rimettere presto mano alla separazione delle carriere ma Magistratura Democratica, già insoddisfatta per la cancellazione completa della Castelli, è pronta ad alzare le barricate su ogni ulteriore cedimento verso il garantismo.

13 ottobre 2006

Per Confindustria non è questione solo di Tfr


“La manovra finanziaria è debole e insoddisfacente, priva dei preannunciati interventi strutturali sui grandi capitoli di spesa pubblica”. Non è l’ennesima critica proveniente dalle file dell’opposizione ma il giudizio durissimo espresso dal vicepresidente di Confindustria, Alberto Bombassei, sul testo presentato dal governo nell’audizione di mercoledì davanti alla commissione Bilancio della Camera. Non è dunque solo il trasferimento del Tfr, come vorrebbe far credere il ministro dell’Economia Tommaso Padoa Schioppa, a sollevare le critiche di Confindustria alla finanziaria presentata dal governo. A preoccupare è l’intento complessivo della manovra troppo sbilanciato, secondo Viale dell’Astronomia, sull’obiettivo “redistribuzione” a danno dell’obiettivo “crescita” che semmai finisce per essere sfavorito da un aumento del carico fiscale. Nell’intervento in commissione Bilancio Bombassei ha infatti sottolineato l’importanza di ridistribuire le opportunità e non solo il potere d’acquisto investendo su scuola, università e formazione. Pur apprezzando lo sforzo sul cuneo fiscale la grande industria considera la manovra incapace di affrontare il problema del contenimento della spesa. In particolare Bombassei ha lamentato la mancanza di riforme strutturali sulla spesa sanitaria destinata a crescere rispetto allo scorso anno da 91 a 103 miliardi di euro con un incremento di ben il 13%! Un aggravio notevole per l’erario che potrà essere coperto solo con l’aumento delle addizionali puntualmente sbloccate dal governo. Ed è proprio questo punto ad irritare gli industriali. La copertura integrale della spesa sanitaria infatti potrà consentire anche lo sblocco dell’addizionale Irap, oltre l’uno per cento attualmente previsto, scaricando così sulle imprese la gestione poco oculata della sanità da parte degli amministratori locali.
Rebus sic stantibus risulta evidente come la rottura dell’idillio tra Unione e vertici degli industriali vada ben oltre l’intervento del Tfr. I numeri della manovra sono chiarissimi nell’indicare l’impronta dirigista del governo che in questo modo non aiuterà certo ad accelerare la pur timida ripresa del Paese.
A Montezemolo ora non resta che spiegare alla sua base come fosse possibile attendersi da una coalizione con una componente massimalista così consistente una politica economica differente. Su 35 miliardi di manovra meno di 15 serviranno a correggere il disavanzo e ben 20 serviranno invece a soddisfare le aspirazioni di “giustizia sociale” del centrosinistra. Aspirazioni destinate peraltro a non portare alcun concreto risultato. Quale giustizia sociale infatti garantisce una manovra che abbassa la soglia dell’aliquota massima a 75 mila euro di reddito lasciandola invariata per i redditi oltre i 100 mila? Quale giustizia sociale realizza una manovra che introduce il ticket per il pronto soccorso e sblocca le addizionali comunali, aumentando di fatto imposte che colpiscono senza distinzione di censo? Quale giustizia sociale rende possibile una manovra che dimentica i lavoratori precari per i quali in campagna elettorale si erano sprecati fiumi di promesse? La coperta è corta si continua a ripetere. Verissimo. Sbagliare in certe situazioni è terribilmente facile. Proprio per questo però un governo saggio dovrebbe mettere da parte gli intenti moralistici di vana redistribuzione evitando di mettere la mani nelle tasche dei cittadini.

10 ottobre 2006

L’Istat sconfessa un'altra bugia: dal 2004 cresciamo in innovazione


Dopo l’aumento del gettito fiscale e l’inversione di tendenza nel rapporto deficit/Pil, arriva dall’Istat un nuovo tassello di verità sui risultati del governo Berlusconi, quello relativo all’andamento degli investimenti in ricerca e sviluppo. Per il 2004 l’Istituto nazionale di statistica ha registrato rispetto all’anno precedente una crescita della spesa in R&S intra muros (cioè svolta da imprese e istituzioni al loro interno) del +3,3% in termini monetari, con un ammontare complessivo pari a oltre 15 miliardi. Non è tutto. Nello studio appena diffuso l’Istat prevede sulla stessa spesa un aumento anche per il 2005 e il 2006 rispettivamente del 5,6 per cento e del 4,1 per cento.
Insomma una volta di più viene svelata la grave distorsione della realtà rappresentata da quanti, tabelle e grafici alla mano, continuano a strapparsi i capelli per le gravi mancanze del governo Berlusconi. È lo stesso Istat del resto che, nella relazione introduttiva, indica nelle misure adottate due anni fa dal governo la causa principale dell’incremento della spesa in R&S.


Ed infatti al 2004 risale la Tecnotremonti, il decreto legge che defiscalizzava le spese sostenute dalle imprese in innovazione. Nello stesso periodo inoltre il governo di centrodestra varava tre interventi fondamentali per la modernizzazione del sistema paese: il Fondo Centrale di Garanzia, con una dotazione di 160 milioni di euro per innescare investimenti in innovazione digitale per almeno 3,2 miliardi di euro da parte di oltre 16 mila piccole e medie imprese; gli Accordi di Programma Quadro, con 100 milioni di euro per quelle zone del sud già pronte per progetti innovativi; il Fondo High Tech, con cui il Cipe stanziava 100 milioni di euro per la nascita di piccole e medie imprese ad alta tecnologia nel Sud. Come sorprendersi allora oggi dei dati Istat? Ma soprattutto quanto pesa la “innocente approssimazione” di una certa stampa sulla democraticità delle nostre istituzioni?

Ad una manciata di giorni dall’elezioni politiche (per l’esattezza il 29 marzo 2005), il Sole24ore pubblicò nelle prime pagine una serie di tabelle sullo stato degli investimenti in innovazione nel nostro Paese basato su una fonte indiscutibilmente autorevole: il Factbook 2006 dell’Ocse. Dati alla mano l’inchiesta sembrava bocciare in toto la politica del governo Berlusconi nel campo dell’innovazione, leva fondamentale per il rilancio della competitività. Il Paese risultava indietro in particolare negli investimenti nella ricerca e nella formazione di laureati in materie scientifiche. E tuttavia nelle didascalie a margine delle tabelle Ocse, in un corsivo minuscolo, si nascondeva un’indicazione tutt’altro che marginale. Molte di quelle cifre erano riferite al 2002 e al 2003. Insomma all’esecutivo in carica dal 2001 venivano affibbiati risultati che evidentemente non potevano essere maturati sotto i suoi interventi. Com’è possibile infatti pensare che in due anni un governo possa aumentare il numero dei laureati in ingegneria? Da un punto di vista strettamente analitico bisognerebbe capire una volta per tutte come gli effetti di alcuni interventi normativi non possono essere valutati con precisione nell’immediato. I dati pubblicati ieri dall’Istat mostrano oggi quanto la pioggia di cifre negative fosse subdola e abbia fornito, in un momento cruciale per una sfida elettorale giocata su un pugno di voti, una visione distorta della realtà a tutto svantaggio del governo uscente e dell'Italia.

L’ambiguità croce e delizia di Prodi



Le ataviche contraddizioni interne all’attuale maggioranza hanno uno snodo ben preciso che risiede nel non programma varato dal centrosinistra un anno fa circa. Quando da questa parte si dileggiava quel grazioso e ilare volumetto, ostentato da Prodi & Co. come la soluzione di tutti i problemi, come quel che avrebbe fatto il Bene dell’Italia, fummo tacciati di superficialità, di approccio preconcetto e partigiano. Oggi è chiaro in realtà come la falla della Tav non fu certo una semplice svista ma l’indicatore della linea politica perseguita dall’ammucchiata antiberlusconiana: quella del non scelta. Ecco quindi un programma ricchissimo di grandi propositi, di ottimi slogan elettorali ma privo di qualsiasi linea strategica. Così le domande sul taglio del cuneo fiscale: in quanto tempo? per chi? e soprattutto con quali risorse? Così le domande sugli stanziamenti a scuola, sanità e ricerca? Così le domande sulla politica estera al grido fuori dall’Iraq. Ovunque ambiguità dettata da indecisione prima che da strategia. Perché se c’è qualcosa di cui a detta di tutti questo governo è sprovvisto è appunto una linea politica chiara. Non si tratta qui di sapere esattamente con quali misure e in quale modo ma quali leve vuoi utilizzare per risollevare questo benedetto paese? Lo scotto di impopolarità che l’esecutivo sta pagando è uno scotto stupido perché in termini politici non porta da nessuna parte. Ben più lungimirante sarebbe stato per esempio sposare in pieno una linea riformista che senza toccare il sistema fiscale – che a detta dello stesso governo funzionerebbe bene – avesse spinto con forza sull’innovazione delle imprese e sulla ricerca. Magari alla maniera “sinistra”, cioè con contributi diretti anziché con agevolazioni o defiscalizzazioni, ma comunque in una direzione chiara scelta da chi, vinte le elezioni, sacrifica le istanze dell’ala massimalista puntando a soddisfarle semmai nei prossimi anni magari con un Pil migliore. Certo questa strategia avrebbe destabilizzato la maggioranza, con rischi conseguenti di tenuta parlamentare, ma dove conduce invece questo coricarsi sul conservatorismo sindacale? Da sedicente economista risanatore Tommaso Padoa Schioppa si è adattato al ruolo di ragioniere fallimentare. La ratio seguita è stata più o meno questa: l’azienda sta crollando, spartiamoci quel po’ di dividendi accontentando il nostro azionista con più peso – leggi sindacato – non certo con più voti.
Il problema politico di tenere insieme una maggioranza composita poteva in realtà essere risolto alla radice con un programma sintetico e preciso. Piuttosto che autoproclamarsi salvatori della patria Prodi & Co. avrebbero dovuto prendere atto della estrema diversità delle posizioni all’interno del centrosinistra e individuare pochi punti precisi, perlomeno in politica economica, entro i quali il futuro governo si sarebbe mosso. Il metodo evidentemente era però troppo rischioso per chi come il premier aspirava ad occuparsi di affari più che di politica. Di qui l’accontentarsi di un solo mandato, sufficiente a stabilizzare nuovi potentati per i prossimi decenni, purtroppo sufficiente però anche a minare nelle fondamenta le speranze di un riscatto che il nostro Paese proprio oggi sarebbe pronto ad ottenere.

05 ottobre 2006

Video Al Jazeera: l'attacco di un'araba all'Islam

Qui il dibattito, trasmesso da Al Jazeera, con l'intervento di Wafa Sultan, una psicologa arabo-americana di Los Angeles. Sembra che il link possa essere disattivato a breve nel frattempo può essere utile visionarlo. E' solo un punto di vista per carità ma è sempre molto interessante vedere quanto forte possa essere la discussione in questo momento nel mondo arabo.

03 ottobre 2006

Da Paperinik a Topolanek

Il premier conservatore ceco, Mirek Topolanek, ha chiesto oggi in una seduta del Parlamento a Praga la fiducia per il suo gabinetto di minoranza con il quale vorrebbe arrivare fino ad elezioni anticipate nei prossimi mesi.

02 ottobre 2006

Giavazzi stupi(t)o?

Troppo ci sarebbe da scrivere sulla finanziaria preparata dai prodini. Ora voglio estrapolare soltanto queste poche righe dall’editoriale del solito Gavazzi comparso oggi sulla prima pagina del Corriere.

Tra le nuove entrate la Finanziaria iscrive 5 miliardi che deriverebbero dal trasferimento all'Inps di una quota del Tfr. Mi stupisce che il Consiglio dei ministri abbia firmato questo provvedimento che può apparire come un trucco contabile: si chiama entrata l'accensione di un debito verso i lavoratori dipendenti.

Non m’interessa qui disquisire della mossa brillante con cui TPS, fino a ieri Solone di Francoforte, abbia iscritto come entrata gli accantonamenti previdenziali dei dipendenti. Piuttosto mi chiedo, volendo dare per scontata la buona fede di Giavazzi, a questi professori viene mai il dubbio di aver sparato cazzate? Quando si trattava di bacchettare il governo Berlusconi, Giavazzi non risparmiava severità oltremodo, dando per scontato che il centrosinistra al governo non avrebbe mai sbagliato un colpo nell’attuare la sua politica di rigore. Ora caro Giavazzi qualcuno come lei dovrebbe cominciare a riconsiderare la sicurezza di un tempo. Noi per esempio non ci stupiamo affatto per come il governo pensa di aggirare in vincoli europei. Piuttosto ci aspetteremo da lei la stessa severità che usa ancora oggi contro l’ex ministro Giulio Tremonti quando ricorda il “ricorso disinvolto” del precedente governo alla Cassa Deposito e prestiti.

29 settembre 2006

Presidente sorrida, l’Italia che cresce è berlusconiana

Cosa possa passare nella testa di un uomo che arriva al giro di boa dei settanta anni può saperlo solo chi settanta anni li ha vissuti sulla propria pelle, non certo io. Quello che invece so per certo è che l’uomo che oggi compie settanta anni e che risponde al nome di Silvio Berlusconi ha segnato la vita del mio Paese come pochi nella nostra storia. Sorrido in questi giorni quando vedo lo sconforto dei tanti amici sinistri per le poco esaltanti vicissitudini della maggioranza che li rappresenta. Tanti di loro hanno formato il proprio credo politico in questi anni di berlusconismo, sull’onda facile di una critica continua, massiccia, che non ha risparmiato nessun aspetto della politica del Cavaliere. Eppure oggi proprio sui loro volti io leggo ancora più forte di prima l’incidenza del suo governo, onorevole Berlusconi, sulla maturità democratica dell’Italia che verrà. Le sue uscite arrembanti e combattive hanno lasciato spazio ad un’Italia troppo vecchia che molti di noi credevano ormai superata. Ma se oggi suscita tanto imbarazzo il dilettantismo di Romano Prodi sulla stessa stampa che ne promosse l’avvento a Palazzo Chigi, questo è proprio per un inevitabile e forse anche inconsapevole raffronto che tutti, anche coloro che più l’hanno detestata, sono costretti a fare. L’avevo scritto l’indomani della sconfitta del 9 aprile. Berlusconi ha perso ma il berlusconismo è più forte di prima. Lo confermo oggi. Lì dove vedo come il berlusconismo non definisca semplicemente un carattere – il migliore - della nostra parte politica bensì indicchi un approccio alla politica inopinabilmente nuovo che ha ormai fatto breccia in tutti gli italiani. Una volta era uso credere che l’inafferrabile fosse il linguaggio naturale della classe politica, dei governanti del nostro Paese. Il parlare diretto era piuttosto indice di superficialità, di demagogia non certo di fine pensiero politico. La sua scelta coraggiosa di sporcarsi le mani nei luridi corridoi dei palazzi romani ha rotto quello schema, forse definitivamente. Io oggi so che al governo è tornato un gran bel pezzo di prima repubblica. Eppure al tempo stesso so che anche per i suoi più acerrimi avversari il suo stile resta un punto fisso col quale confrontarsi perché da lì veramente non è più pensabile tornare indietro. Quale che sia la sua prossima strategia politica presidente stia tranquillo, c’è la sua impronta profonda nel nuovo modo di pensare di questo Paese ora. Auguri presidente.

28 settembre 2006

Carote radicali

Estratto dal Riformista del 27 settembre 2006, pag. 7


di Federico Punzi
Caro direttore, perché una sinistra che si direbbe laicista non riesce a dire un sì chiaro e forte all'eutanasia, neanche quando i sondaggi rivelano che la maggioranza degli italiani è favorevole?


Risposta: perché altrimenti che sfizio ci sarebbe ad inkulare i radicali dopo averne preso i voti?

Happy birthday mister president

25 settembre 2006

Da Pannella a Nusco, un filo sottile


«Ciriaco tu ci dai il tuo apporto determinante, lo dico non per retorica ma sinceramente guardandoti negli occhi» ( oggi sul
Mattino).
E' lo slancio omoaffettivo (direbbe ACP) con cui Francesco Rutelli ha chiuso la Festa DL di Pontecagnano, consapevole che un intellettuale della Magna Grecia non può che apprezzare.


PS: Ciccio ma dopo Caorle e Pontecagnano le feste son finite?

19 settembre 2006

Ahmadinejad: l'integralista diplomatico

A conferma di quanto scrivevo ieri il presidente iraniano ha colto l'occasione per mettere a segno ancora un colpo a suo favore. Da un lato pur da una posizione integralista si propone con forza come interlocutore inevitabile del dialogo col mondo musulmano. Dall'altro si allinea al messaggio più importante lanciato dal Pontefice nella visita in Baviera relativamente ad un riavvicinamento dell'occidente ai valori cristiani. Piaccia o meno questa è politica signori.


PAPA: AHMADINEJAD ESPRIME "RISPETTO" PER BENEDETTO XVI (AGI/AFP) - Caracas, 19 set. - Usando un tono estremamente conciliatorio il presidente iraniano Mahmoud Ahmadinejad ha espresso "rispetto" per Benedetto XVI e ha detto di apprezzare il fatto che abbia "modificato" le sue dichiarazioni di Ratisbona. Contraddicendo le dure condanne espresso ieri dal governo di Teheran e dalla guida suprema, l'ayatollah Ali Kamenei, Ahmadinejad in visita a Caracas ha detto di "rispettare il Papa e tutti quelli interessati nella pace e nella giustizia" e di "riconoscere che (il Papa, ndr) ha modificato le affermazioni fatte". Mentre tendeva una ramoscello d'ulivo il presidente iraniano ha colto pero' l'occasione per sottolineare le contraddizioni tra i valori cristiani delle nazioni occidentali e le guerre iniziate dagli stessi Paesi. "Tutte le guerre del XX secolo sono state provocate dai Paesi europei e dagli Stati Uniti", ha detto Hamadinejad, sottolineando soprattutto che l'amministrazione Usa non puo definirsi cristiana "perche' Cristo come tutti gli altri profeti di Dio era un profeta di giustizia e pace per l'umanita' ".

PAPA: AHMADINEJAD DIFENDE IL PONTEFICE, LE SUE PAROLE MALE INTERPRETATE Caracas, 19 set. (Adnkronos) - Il Presidente iraniano Mahmoud Ahmadinejad difende il Papa. Le parole che Benedetto XVI ha pronunciato a Ratisbona ''sono state male interpretate'', ha sottolineato il leader iraniano. ''Rispettiamo il Papa e tutte le persone che difendono la pace e la giustizia'', ha affermato inoltre nella conferenza stampa a Caracas con cui ha concluso la sua visita di due giorni in Venezuela. ''Tutte le guerre del Ventesimo secolo sono state provocate dai Paesi europei e dagli Stati Uniti. Una parte del governo americano si dice cristiana, pero' non lo e', perche' Cristo, come tutti i profeti di Dio, e' stato profeta di giustizia e di pace'', ha quindi concluso.

Dietro Schimtt le tentazioni consociative di Rocco


Pur avendola successivamente affogata in un panegirico berlusconiano, la castroneria di Rocco Buttiglione, relativa al parallelismo Schimtt-Berlusconi, ha fatto emergere la sottile ma netta discriminante tra il berlusconismo e il democristianesimo. Con la sua maldestra citazione il presidente dell’Udc ha inconsapevolmente messo il dito infatti su quello che è un retaggio ancora vivissimo nei vertici del suo partito e che va sotto il nome di inciucio.
Intendiamoci la grossolana lettura schimttiana da parte di un filosofo prestato alla politica un po’ ci delude. Più che filosofo politico Carl Schimtt è un giurista e il suo concetto politico amico-nemico discende da un analisi empirica che lo porta ad individuare in questa contrapposizione la sintesi della politica. Quella di Schimtt è una definizione concettuale autonoma dal campo della morale, dell’estetica o dell’economia. Non v'è bisogno, scrive infatti Schimtt*, che il nemico politico sia moralmente cattivo, o esteticamente brutto; egli non deve necessariamente presentarsi come concorrente economico e forse può anche apparire vantaggioso concludere affari con lui. Il nemico è quindi semplicemente l’altro e questo essere altro da sé, dall’amico, giustifica nella visione schmittiana il ricorso anche allo scontro violento che non è peraltro in Schimtt un esito scontato del confronto. Quanto possa essere azzardato oggi riprendere questo pensiero politico maturato nella Germania degli anni ’20 appare comunque evidente. Lo stesso Schimtt** del resto considerò superata la sua definizione dinanzi alla constatazione che la guerra moderna era ormai sciolta dallo Stato, dalla difesa di un territorio, di una comunità ed era diventata guerra ideologica contro un nemico privato, non più hostis dunque ma inimicus.
Eppure al di là dell’inappropriatezza della citazione, il discorso di Buttiglione è un sintomo chiaro delle pulsioni consociative che fermentano nel suo partito. La contrapposizione tra le due linee che si sono sviluppate all’interno della Cdl non è infatti, come afferma il presidente dell’Udc, tra falchi e colombe, tra chi vuole a tutti i costi attaccare l’Unione e i fautori del dialogo. Il confronto è tra chi vuole restare fedele al mandato popolare di una dura e ferma opposizione e chi invece, nostalgico della prima Repubblica, vorrebbe riprendere un dialogo consociativo non nell’interesse del Paese ma nell’interesse di potere del proprio partito. Eppure Buttiglione sa che Forza Italia sostenne il governo D’Alema nella missione in Kosovo. Sa che in commissione Difesa la Cdl ha votato favorevolmente all’impegno in Libano. Sa insomma che i suoi alleati non retrocedono davanti alla responsabilità di sostenere scelte positive per l’Italia. Non solo. Buttiglione ha anche piena consapevolezza di quanto l’attuale maggioranza abbia risposto picche alla ricerca di dialogo costruttivo proposto dalla Cdl. Così è stato per le più alte cariche dello Stato, così è tuttora col rifiuto di riconoscere, anche ad urne chiuse, ogni minimo merito al precedente governo, sia sul fronte conti pubblici – nonostante l’aumento del gettito fiscale – sia sul versante della politica estera con i continui distinguo sulla missione in Irak. Ecco dunque caro Buttiglione che noi elettori di centrodestra - di Fi, An, Lega e come lei sa anche dell’Udc - facciamo fatica a non vedere nel suo ragionamento la malizia di chi vorrebbe preparare il terreno per salti futuri. Fatichiamo a capire perché lei non veda ciò che è sotto gli occhi di tutti e cioè che è la sinistra che dal novembre del ’93 ha trasformato Silvio Berlusconi in un nemico privato (inimicus) da distruggere. Se oggi Schimtt può conservare una propria attualità è proprio recuperando quel concetto di nemico politico come altro da sé, col quale confrontarsi e non necessariamente scontrarsi ma non certo inciuciare. Mantenere la Cdl su un confine preciso, definito e marcato dall’Unione non significa aspirare alla distruzione dell’avversario ma al rafforzamento della nostra identità – e quindi anche del bipolarismo - che sarà più forte, quanto più saremo in grado di essere qualcosa di diverso da questo centrosinistra.


* Il concetto politico (1927)
** Teoria del partigiano (1963)

18 settembre 2006

Perché è giusto parlare con Ahmadinejad


A destra non dobbiamo imitare la pessima abitudine sinistra di criticare ogni cosa che fa l’avversario. Senza sapere ancora come si svolgerà e che esito avrà non posso non considerare positivo l’incontro che Romano Prodi avrà con il presidente iraniano Ahmadinejad. Quando non ha elementi per giudicare un vero liberale aspetta e guarda con interesse ad ogni passo diplomatico. Non si può escludere a priori il dialogo con l’Iran. Quindi mi spiace ma Sandro Bondi e chi con lui, fosse anche Silvio, critica questa mossa del premier sbaglia. Con il governo iraniano dobbiamo parlare, non di certo inciuciare ma parlare sì. Al di là della retorica, certamente condannabile, Ahmadinejad resta un personaggio chiave per recuperare un equilibrio nell’area mediorientale. Questo non significa trovare compromessi a qualsiasi costo. Ma semplicemente capire che margini di trattativa possono esserci. E chi si sdegna ricordi che la diplomazia è soprattutto questo.

15 settembre 2006

...e liberaci dalle lobby


Era il titolo di prima pagina dell'Espresso l'indomani del decreto Bersani sulle liberalizzazioni. Questa mattina Francesco Rutelli, in qualità di ministro per i Beni culturali, ha ufficializzato la nomina di Umberto Paolucci a presidente dell'Enit, l'Ente nazionale per il turismo. Paolucci è il fondatore di Microsoft Italia e attuale vicepresidente di Microsoft corporation e andrà a ricoprire un incarico in un dicastero particolarmente nevralgico in tempi di open source. Sono curioso di sapere cosa ne pensa di questa nomina Fiorello Cortiana, senatore dei Verdi e fiero nemico di Microsoft che durante la scorsa legislatura paventava continuamente collateralismi tra il governo Berlusconi e la società di Bill Gates. Non è qui in discussione il valore di Paolucci come manager in grado di far bene anche nel pubblico, resta però l'inopportunità di questa nomina mentre a Bruxellese la Kroes, commissario alla concorrenza, sta mandando avanti un duro scontro col colosso americano perchè paghi a multa inflitta nel marzo del 2004 per abuso di posizione dominante. Quando si dice: conflitti d'interesse...

Santoro manda la Borromeo a scoprire il degrado in visone


L'ottimo harry descrive mirabilmente lo spregevole servizio pubblico di Michele Santoro che con la sua chioma punta decisamente a diventare la nuova Carrà di mamma Rai. Io mi limito a segnalare la grottesca scena con cui la bella Borromeo s'improvvisa reporter d'assalto negli scantinati cinesi col suo splendido collo di visone. Ed io non posso non pensare alla foto di Oliviero Toscani per la campagna animalista nella quale la testa di una maiala è avvolta in una pelliccia.

Poppopo...provera;)

14 settembre 2006

Stasera Anno Zero della I Repubblica


Se perdi il lavoro non cercarne un altro ma piangi finquando non lo riavrai. È questo il significato più triste che la love story tra Rai e Michele Santoro indirettamente ma decisamente ci trasmette. Da sempre il servizio pubblico ha avuto i suoi martiri estromessi dall’alternanza delle correnti politiche di turno. Spesso la rimozione è avvenuta a dispetto del consenso televisivo che il giornalista aveva saputo conquistare. Ma vi è una differenza fondamentale. Gianfranco Funari, Oliviero Beha, Massimo Fini e gli stessi Enzo Biagi e Luttazzi ed oggi Clemente Mimun, dopo essere stati ostracizzati si rimboccarono le maniche e forti della loro professionalità cercarono fortuna altrove. Michele Santoro no. Come i rampolli di famiglia viziati ha cominciato a fregnare, manco il suo caso fosse il primo della storia televisiva italiana. Quello che sdegna nell’affaire Santoro non è il suo reintegro ma l’atteggiamento col quale ha ottenuto il giocattolo che tanti suoi colleghi altrettanto meritevoli non avranno mai. Riesce difficile infatti comprendere le difficoltà nel trovare una nuova collocazione per un professionista dell’informazione che ha avuto la capacità, ma anche la fortuna, di lavorare per oltre dieci anni nella prima serata della Rai. Invece il viziato ha cominciato a piangere, ottenendo dal suo partito di riferimento una poltrona a Strasburgo con l’obiettivo semplicemente di avere un nuovo palchetto dal quale piagnucolare ancora. Stasera ritorna. E come i ragazzini per la vittoria della loro squadra del cuore, Santoro ci regala il suo crin dorato. Giustizia è fatta Michelino, hai di nuovo il pane quotidiano. Povera Italia.

08 settembre 2006

Francazzismo sessantottino, un mito imbecille


Secondo Sergio Romano (su Panorama) sarebbe ora che anche in Italia si aprisse un dibattito sugli effetti deleteri del '68. Ma qui da noi non vedo Sarkosy all’orizzonte. Ed è difficile immaginarsi un simile passo con questa maggioranza per cui quel periodo rappresenta ancora un sancta sanctorum inattaccabile.

Bionda, bella bionda


Michele Santoro ritorna in TV e per l'occasione sfoggia il suo nuovo look biondo. A fargli compagnia ci sarà anche Beatrice Borromeo, che non è semplicemente la nipote di Marta Marzotto (come scrive oggi il Corriere) ma la cognata di John Elkaan. Bentornato a questo giornalista di sinistra pronto a far le pulci ai poteri forti.

07 settembre 2006

Preghiera per la notte bianca


San Peroscopo ti prego, siamo ancora in tempo per regalarci ancora una notte bianca inzuppata. Ancora in tempo perchè il cielo rida delle kazzate fino alla scoperta dell'alba.

Follini scoreggia ancora


Boccuccia a culo di gallina torna a sparare cagate. Oggi sul Corriere manifesta il suo dissenso per l’editoriale con cui Sergio Romano richiamava Silvio Berlusconi ai propri doveri di leader dell’opposizione. Per quanto gli bruci ancora – e solo il cielo sa quanto possa bruciare il culo di una gallina – Marco Follini dovrebbe finalmente realizzare che la rimonta della Cdl avvenne proprio quando Silvio mandò a quel paese gente ambigua come. Marcuzzo ancora vaneggia di un centrodestra inesistente, di poli da rifondare senza avere peraltro il coraggio di parlare apertamente del suo progetto centrista che prevede la riunificazione dei dioscuri e la discesa di un altro saccente come Mario Monti. Ma chi è questo carneade democristiano? Come osa dettar legge all’unica persona in grado in questi anni di tener testa al regime della sinistra?

06 settembre 2006

Solo Silvio può rigenerare Forza Italia


Fin troppo scontato parlare ora di quello che non va in Forza Italia. Fin troppo facile a conti fatti individuare ora cause e responsabilità. Dov’erano tutti questi maghi dell’organizzazione politica quando un anno e mezzo fa la sconfitta del centrodestra sembrava già segnata? Ora tutto d’un tratto si riscopre l’importanza, direi la crucialità, di rilanciare la discussione, di dare slancio a nuove energie.
Il punto dal quale partire non può non essere il risultato del 9 aprile e la maratona berlusconiana che l’ha prodotto. Nonostante il folle disinteresse per la comunicazione politica protrattosi durante l’attività di governo, dal dicembre del 2005 al marzo 2006, abbiamo assistito a quattro mesi di rimonta esaltante che solo per qualche stupida disattenzione non ha raggiunto l’obiettivo di una nuova vittoria. Se dunque da sempre ho gridato a Silvio di Convincermi a Non farmi astenere più perché tutt’intorno a lui era un affollarsi di piccoli uomini, ora non ritengo fruttuoso far finta di partire da zero. Partiamo invece dal 9 aprile, ma non per crogiolarci di un consenso consolidato al centrodestra. Partiamo dal 9 aprile per capire cos’ha risvegliato il sostegno degli italiani al centrodestra e su quell’onda lunga che possiamo ritrovare nuova linfa.

Il ruolo di Silvio Berlusconi resta fondamentale, non perché lo voglia lui o lo desideri io, ma perché il centrodestra italiano nasce intorno a questa figura. Ma ora possiamo ancora scommettere sul Cavaliere a Palazzo Chigi nel 2011? Io avrei più fiducia in un Berlusconi che sceglie di tuffarsi anima e corpo nella rigenerazione di Forza Italia. Lo ha scritto anche l’Elefantino. Io non voglio un domani in cui un Berlusconi svuotato e poco ascoltato non incida sul futuro del centrodestra. Io voglio un centrodestra disegnato innanzitutto da Berlusconi. Come? Partendo dal partito. Dal suo partito. Il più forte in Italia da 12 anni. Cosa manca a Forza Italia oggi? La spinta di giovani appassionati di politica. Costruire un partito con pezzi da novanta della società è stata una scelta vincente, oltre che obbligata nel ’94. Ma oggi dopo dodici anni può il primo partito rinunciare ad allevare i propri leader? Eppure, come ha scritto
Krillix, intorno vediamo solo le solite facce da manifesto, in giacca e cravatta, che circondano il potente di turno, alternandosi su palchi e palchetti. Chi in questi anni si è avvicinato a Forza Italia illudendosi di trovare la forza e la semplicità di Berlusconi ripetute nelle sezioni di partito, ha scoperto grigiore, silenzi, e-mail mai consultate, e qualche sagoma perfetta per piazzare aspirapolveri. Ma i sorrisi smaglianti non possono coprire il vuoto di idee e di passione. Allora un Cavaliere che riprende saldamente le redini di Forza Italia non è un ripiego. È una scelta obbligata. I quadri del partito mancano di quelle stesse qualità “giovani” che hanno permesso a Silvio di stracciare i 7 punti di vantaggio che l’Unione aveva nel novembre del 2005. Entusiasmo e capacità di coinvolgere. Silvio deve far sì che il suo modo di far politica entri nel dna di Forza Italia e prevalga su tutte le correnti. Perchè il solo modo per assicurare un futuro all'elettorato di centrodestra è dargli come identità il suo stile, sfacciato, ambizioso, riformatore e rivoluzionario.

Update. Da orticaria quanto scrive oggi Sandro Bondi sul Giornale. Questo pessimo abate della chiesa comunista tra gli artefici del vuoto di Forza Italia ora ha anche il coraggio di rivendicare di aver aperto il dibattito all'interno del partito. Ma che idea brillante sandrino! Aspettiamo con ansia il tuo sermone dal palchetto di Gubbio, sicuramente ricco di scenari apocalittici da cui solo tu potrai salvarci. Ed io potrò tornare ad astenermi.

05 settembre 2006

Serra vittima della retorica femminista


Ma cos'ha detto di così scandaloso Achille Serra? Che non è prudente per una donna andare in giro per strada di notte da sola. Una verità talmente scontata che ogni buon padre raccomanda alla propria figlia. Mi spiegate perché ciò equivalga a dire che gli stupri sono colpa dell’avventatezza? Serra è un poliziotto vero per fortuna, non un politico. Il suo compito è proteggere il cittadino e un buon consiglio rientra di certo nelle sue competenze.

04 settembre 2006

Compagni contrordine: Prodi si riscopre “europeista adulto”


Diverte ammirare oggi l’asprezza di Romano Prodi nei confronti di Bruxelles. Diverte perché dell’intangibilità di quell’istituzione il presidente del Consiglio è sempre stato il più convinto profeta in Italia. Ogni volta che il governo Berlusconi discuteva – non litigava – con la Commissione, il professore si lanciava nei suoi saccenti richiami al rispetto degli impegni di Maastricht. Solo fino a qualche mese fa per il pensiero unionista era vietato obiettare qualsiasi cosa ai dettami di Bruxelles. Se lo facevi eri antieuropeista, come se l’europeismo comprendesse l’infallibilità della Commissione, come se le direttive dell’Ue scaturissero da una sapienza infusa dall’Alto, impossibile da mettere in discussione.
Oggi il professore, con i vari Ferrero e Cento alle calcagna, riscopre la capacità di criticare Bruxelles. Ma diventato finalmente “europeista adulto”, piuttosto che irritarsi per le bacchettate di Almunia e Trichet, Prodi dovrebbe argomentare in modo serio le accuse di parzialità dell’arbitro Europa.
La linea morbida attuata qualche anno fa a favore di Francia e Germania non era dettata infatti da favoritismi ingiustificati, tantomeno era diretta - come Franco Bruni fantasticava venerdì sulla
Stampa - a coprire future inadempienze dell’Italia. Il superamento della rigidità di M
aastricht fu in realtà uno dei risultati più brillanti della politica estera di Silvio Berlusconi che capì quanto certi vincoli stavano bloccando il rilancio dell’Europa, impossibile da attuare senza un allentamento dei vincoli di spesa e quindi di investimento dei due principali motori propulsori, l’industria francese e tedesca appunto. O l’economista Bruni conosce qualche alchimia con la quale far ripartire un’economia senza investimenti? Il maggior rigore verso il deficit italiano del resto è datato e non deriva certo da simpatie o antipatie verso l’inquilino di Palazzo Chigi di turno ma è figlio dell’enormità del nostro deficit di gran lunga superiore a quello di francese e tedeschi.

Ma c’è una verità ancora più scomoda che Prodi e i suoi non possono ammettere: la bontà della politica economica portata avanti dal centrodestra negli ultimi anni.
Lo scorso marzo, in occasione della ricognizione trimestrale sul patto di stabilità, lo stesso Almunia da un lato avviava la procedura d’infrazione per deficit eccessivo nei confronti del governo di Berlino che, per far fronte alla crisi occupazionale (10 milioni di disoccupati tedeschi!), era stato costretto a varare una legge finanziaria troppo assistenzialista. Dall’altro il commissario agli Affari economici manifestava invece apprezzamento per le riforme strutturali che l’ultima finanziaria di Giulio Tremonti aveva introdotto e che, secondo Bruxelles, ci consentirebbero di rispettare il Patto nel 2009. Il maggior gettito fiscale, di cui tanto si discute e che permetterebbe una riduzione della prossima manovra di cinque miliardi, sta lì a dimostrare in modo incontrovertibile quanto quel giudizio positivo fosse ben ponderato. Anche prima dell’estate, col nuovo governo insediato, mentre Tps già strepitava paventando uno stato disastroso dei conti pubblici, paragonabile a quello del ’92, Almunia continuava a ribadire che per l’Italia non era necessaria una manovra bis ma sarebbe stato sufficiente applicare le misure di contenimento strutturali previste dalla Tremonti. Insomma l’isterismo contabile non è a Bruxelles semmai nel governo Prodi. Andate a rileggere i severi editoriali di Tps sul risanamento del nostro deficit. Il nostro ministro dell’Economia sta finalmente imparando a sue spese (leggi Giavazzi) quanto sia facile pontificare da analista e quanto sia molto più complicato decidere da politico. I dissidi che emergono in questo giorni all’interno della maggioranza sull’elaborazione della finanziaria sono figli d’altronde di quella stessa opposizione contraddittoria e insensata che il centrosinistra conduceva fino a qualche mese fa. Da un lato i soloni dell’economia lamentavano il ritardo del Paese nel risanamento dei conti pubblici, dall’altro i radicalsinistri criticavano ogni misura di contenimento della spesa. Tutti poi disconoscevano qualsiasi effetto positivo alla politica economica del governo andando così già allora contro quanto Istat e Bruxelles certificavano. Sull’onda di questa strategia d’opposizione il centrosinistra sposò già allora la tattica del NO. No al tetto sull’aumento della spesa, no al patto di stabilità interno, no alla riforma previdenziale, no a quella del lavoro.Eppure oggi la sinistra moderata riscopre che in fondo non è poi così urgente cambiare la legge Biagi, che la riforma del lavoro andrebbe resa ancora più rigorosa, che le regioni con deficit nella sanità dovranno rientrare con l’addizionale Irpef prevista da Tremonti e finanche lo stesso ticket sanitario, di storaciana memoria, non rappresenta più un bestemmia sociale. Ma come spiegare tutto questo alla sinistra radicale, alla politica del No? In realtà la suscettibilità del centrosinistra per i richiami di Bce e Commissione non è assolutamente giustificata. Almunia, come un buon vigile, continua su una posizione lineare e coerente: l’Italia è sulla via del risanamento ma occorre proseguire su quella strada. Occorre cioè, per quanto costi ammetterlo, proseguire sulla via intrapresa dal precedente governo.

01 settembre 2006

E Bruni s'inventò il complotto Joaquìn-Silvio


Per coprire le disavventure del governo, Franco Bruni, ennesimo economista prodiano, sulla Stampa è arrivato ad inventarsi una presunta combine tra governo Berlusconi e Commissione Ue che avrebbe chiuso un occhio sulla finanziaria leggera del centrodestra, scaricando ora l’onere del patto di stabilità sull’esecutivo dell’Unione. Quando l'accademia diventa cabaret.

29 agosto 2006

Agosto dalemiano e isterismi moderati


Fine agosto all’insegna di una domanda. Davvero la politica estera portata avanti da Massimo D’Alema è tutta da buttare? Veramente l’Italia sta cavalcando in malo modo la scena internazionale? Veramente il nostro intervento rischia addirittura di aggravare la crisi in Libano?
Dagli scranni dell’opposizione i partiti della Cdl non devono dimenticare che il loro elettorato gli impone uno stile diverso. Il sostegno alla missione Unifil2 va in questa direzione pur con tutti i dubbi che l’accompagnano. Sarebbe ora che anche i media schierati da questa parte capiscano che quando la propaganda prevarica l’analisi non si rafforza il consenso a destra.

27 luglio 2006

Vado in vacanza


Passammo l'estate su una spiaggia solitaria e ci arrivava l'eco di un cinema all'aperto e sulla sabbia un caldo tropicale dal mare. E nel pomeriggio quando il sole ci nutriva di tanto in tanto un grido copriva le distanzee l'aria delle cose diventavairreale.Mare mare mare voglio annegare portami lontano a naufragare via via via da queste sponde portami lontano sulle onde.

13 luglio 2006

Soddisfazioni urinarie: da mani pulite alle incontinenze di Palazzo


CAMERA: PEDICA (IDV), CORRIDOI PALAZZO MARINI IMBRATTATI CON ESCREMENTI APPELLO A PRESIDENZA, SI FACCIA LUCE SU EFFICIENZA CONTROLLI Roma, 13 lug. (Adnkronos) - ''Stamane verso le 11 qualcuno, per ora ignoto, ha provveduto a imbrattare con escrementi umani i corridoi di Palazzo Marini prospicienti gli uffici parlamentari del gruppo di Italia dei Valori''. La denuncia e' di Stefano Pedica, capo della segreteria politica di Italia dei Valori, che si meraviglia: ''Non e' ben chiaro come una cosa tanto disdicevole possa essere accaduta; i commessi, immediatamente interpellati per riportare decenza nella sede istituzionale, hanno avanzato l'ipotesi di un episodio di incontinenza imputabile a qualche persona anziana''. ''Speriamo vivamente che il fatto sia riconducibile a una simile evenienza, piuttosto che ad un volgare e vigliacco affronto all'istituzione parlamentare, in primis, e al gruppo Italia dei Valori -prosegue- Comunque sia, non ci sono dubbi sull'urgente e categorico dovere, da parte della Presidenza, di aprire un'istruttoria per fare piena luce sull'accaduto. Abbiamo inoltre avanzato alla Presidenza le nostre rimostranze sulla patente inefficacia dei controlli nella sede parlamentare: non e' infatti ammissibile che non fosse presente alcun tipo di personale di servizio, ne' nel caso si dovesse prestare assistenza a un anziano in difficolta', ne', nel peggiore dei casi, se chiunque, estraneo o meno all'attivita' della Camera, si fosse preso la briga di compiere un'azione tanto scellerata in tutta comodita'''.

27 giugno 2006

Due voti di fiducia per dimenticare il referendum

Al successo del referendum non ho mai creduto. Aspettavo altri momenti per divertirmi. Oggi il governo ha chiesto la fiducia al Senato sul decreto mille proroghe, tanto vituperato, quello stesso nel quale per intenderci il centrodestra aveva immoralmente mischiato materie così diverse. Ora aspetto domani, ore 12. Da una parte le mummie a vita sinistre da Scalfaro a Ciampi. Dall’altro i vittimisti della Cdl chiamati a dimostrare di essere più disciplinati dell’elettorato che non vuole più seguirli. Ultima spiaggia? Non direi. Giovedì è probabile che si voterà la fiducia anche sullo spacchettamento dei ministeri. Avete voluto il parlamentarismo adesso godetevelo!

22 giugno 2006

Sì: un calcio alla partitocrazia

La riforma costituzionale racchiude in sé lo scuotimento profondo che l'ingresso sulla scena politica di Silvio Berlusconi e la creazione di una forte compagine alternativa al centrosinistra hanno significato per il nostro Paese, portando alla naturale contrapposizione bipolare. Che cos'è infatti il bipolarismo se non la forma garante per eccellenza della vera democrazia? E non è forse vero che fino al 1994 l'Italia è stata sostanzialmente soggetta ad una forma perversa di consociativismo cristallizzato, in cui ad una contrapposizione apparente tra Dc e Pci faceva da contraltare una spartizione minuziosa delle leve del potere? Chi nega ciò crede realmente che lo scoppio del sistema partitocratrico accompagnò solo casualmente il crollo dell'Urss? Analizzando il percorso dell'Italia repubblicana, appare chiaro come le limitate prerogative che la nostra Carta costituzionale riconosce al presidente del Consiglio fossero funzionali proprio a quel compromesso tra i due maggiori partiti. I meccanismi che privilegiano il peso del Parlamento sull'Esecutivo ed aggirano il rapporto diretto tra governo ed elettori sono quindi figli di quella stagione in cui la divisione del mondo in due blocchi imponeva all'Italia una sorta di «spartizione coreana», non territoriale ma politica. Oggi quelle stesse caratteristiche costituzionali sono del tutto obsolete e rispondono alla sola esigenza, da parte di alcuni settori della politica e dell'economia del Paese, di mantenere sempre e comunque i propri spazi di potere indipendentemente dalla testa dell'Esecutivo.
La chiave di tutto lo scontro in atto sul referendum del 25 giugno è quindi il premierato forte. Per il centrosinistra, che si nutre di un voto sostanzialmente ideologico e acritico ma anche rigido in termini di percentuali, è preoccupante una competizione che, privilegiando il rapporto diretto tra cittadini e primo ministro, rischia di soffocare quei poteri intermedi che sono i suoi veri referenti e che si avvantaggiano dell'assenza di un governo forte e autorevole.
Il Cavaliere, con il suo ingresso in campo nel 1994, sparigliò le carte proprio perché introdusse nella politica italiana il rapporto elettorato-uomo politico, in alternativa al rapporto elettorato-partito, aprendo così il rischio, per loro, di una «deriva presidenzialista». Nacque così dal 1994 la leggenda del berlusconismo populista e plebiscitario che portò al ribaltamento della tesi, diffusa naturalmente dallo scoppio di Tangentopoli, per cui la politica doveva uscire dalle segreterie dei partiti per trasferirsi concretamente nelle sedi istituzionali. Improvvisamente il sistema dei partiti appena demolito diventò un sistema da difendere. Oscar Luigi Scalfaro arrivò a definire i partiti i garanti della democrazia mentre il «Cavaliere nero», con il suo partito-azienda, finì per rappresentare nell'ideologia sinistra il simbolo della commistione tra politica e affari. Ancora oggi lo scontro è tutto qui.
Ad un governo in cui il premier era il leader indiscusso della coalizione, per volere di tutti gli elettori del centrodestra, prima ancora che dei partiti della Cdl, è succeduto un governo in cui il premier è l'uomo del compromesso in un'alleanza composita, il classico uomo d'apparato che, non rappresentando nessuno, rappresenta tutti ma che, proprio per questo, risulta completamente privo di autorevolezza all'interno della sua maggioranza. Le primarie più grottesche che mai una democrazia abbia visto dimostrano inconfutabilmente questa tesi. E la stessa tesi è confermata dalla confusione di questi giorni, con un presidente del Consiglio costretto a rincorrere le dichiarazioni autonome dei suoi ministri, che non prende decisioni per non scontentare nessuno, che detiene il potere ma non governa.
Il governo Prodi è insomma la riprova della scarsa funzionalità dei meccanismi parlamentari e quindi partitocratrici della Prima Repubblica, con un aggravante. Allora tra i partiti di governo e il Pci vigeva un tacito accordo sulle distinte aeree di potere che favoriva una forma di stabilità, perlomeno d'interesse. Nell'attuale maggioranza invece la fame di poltrone sta bloccando ogni scelta. Paradossalmente un'applicazione hic et nunc della riforma costituzionale varata dal centrodestra risolverebbe gran parte dei problemi che fanno tremare Romano Prodi. Il mandato imperativo blinderebbe la maggioranza al Senato, mettendola al riparo da possibili transumanze; i ministri sarebbero alle dirette dipendenze del capo di governo, che potrebbe sostituirli facilmente, e non più dei partiti; le sempre incessanti voci su possibili trabocchetti stile 1998 sarebbero escluse dal previsto ricorso alle urne in caso di caduta dell'esecutivo in carica. Insomma non c'è una parte politica in buona fede che governando non si augurerebbe di avere le prerogative che la riforma costituzionale stabilisce. Perché allora tutto questo ostracismo verso la riforma della Cdl, che in fondo introduce molti dei meccanismi di governo utilizzati nelle più grandi democrazie del mondo? Il motivo può essere uno solo: quello di assicurare una responsabilità di potere diffusa, quello di perpetrare il consociativismo, quello di rispondere del proprio operato non ai cittadini, ma solo è soltanto ai propri referenti di partito e, ahimè, non solo di partito.


Su Ragionpolitica del 17 giugno

19 giugno 2006

Poliziotti proletari e comunisti borghesi

Così Vittorio Sgarbi recensisce oggi il Libro del prefetto Achille Serra.

Il povero poliziotto Antonio Annarumma, ucciso a 22 anni con un palo di ferro conficcato nella tempia in uno scontro con gli studenti nell’autunno caldo del 1969. Annarumma era un ragazzo, un ragazzo povero, tutto meno che uno strumento del potere. Serra racconta del padre che arriva da Monteforte Irpino per vedere il figlio morto: «Di fronte alla salma del suo unico figlio maschio, quell’uomo, un contadino che aveva sempre lavorato la terra dei padroni, che in una vita di stenti aveva in Antonio l’unico aiuto per tirare avanti (ogni mese delle 65mila lire che guadagnava, il ragazzo ne spediva al suo paese 40mila), si buttò in ginocchio, non riusciva neanche a piangere. Riusciva solo a chiedere, a gridare: “Perché?”». Davanti a questa immagine di verità, Serra si indigna contro la stampa tendenziosa: «Nella ricostruzione della scena della morte di Antonio Annarumma si scrisse che, forse, l’agente era stato vittima della sua stessa incapacità: mentre cercava di sfuggire alla morsa della folla, in Via Larga, sarebbe andato a sbattere contro qualcosa e avrebbe picchiato la testa». Serra non trova migliore sostegno alla sua interpretazione di quei momenti terribili dei versi di Pierpaolo Pasolini che ribaltano il rapporto tra studenti e poliziotti:

«Adesso i giornalisti di tutto il mondo Compresi quelli delle televisioni) vi leccano (come credo ancora si dica nel linguaggiodell’università) il culo.
Io no, amici. Avete facce di figli di papà....
Avete lo stesso occhio cattivo.Siete paurosi, incerti, disperati(benissimo) ma sapete anche come esserePrepotenti, ricattatori e sicuri:prerogative piccoloborghesi, amici.
Quando ieri a Valle Giulia avete fatto a botteCoi poliziotti,io ho simpatizzato coi poliziotti!Perché i poliziotti sono figli di poveri.Vengono da periferie, contadine o urbane che siano.
Quanto a me, conosco assai bene il loro modo di essere stati bambini e ragazzi,le preziose mille lire, il padre rimasto ragazzo anche lui,a causa della miseria che non dà autorità....Hanno vent’anni, la vostra età, cari e care....
I ragazzi poliziottiChe voi per sacro teppismo Di figli di papà, avete bastonato, appartengono all’altra classe sociale.
A Valle Giulia, ieri, si è così avuto un frammentoDi lotta di classe: e voi, amici (benché dalla partedella ragione) eravate i ricchi,mentre i poliziotti (erano della partedel torto) erano i poveri».

Corriere scandaloso ...e la chiamano informazione

Che democrazia è quella di un Paese in cui il maggiore quotidiano alla vigilia di un referendum su modifiche fondamentali della carta costituzionale apre con 10 pagine su un’inchiesta hard che coinvolge il rampollo di una ex-casa regnante? Per un attimo quando oggi ho sfogliato il Corriere ho avuto davvero la sensazione di aver preso per sbaglio una nuova versione quotidiana di Novella 2000. Per trovare qualche notizia sulla campagna referendaria sono arrivato a pag. 11! Ovviamente la pagina apre a tutto spiano su un vecchio arnese della prima repubblica che con un sorriso a 36 denti finti ci rassicura sulla ovvia necessità di bocciare la riforma costituzionale. Per il resto? Appena degna di nota è, per Paolone Mieli, la manovrina economica che sogna il nostro ministro dell’Economia e che il presidente del Consiglio bisbiglia potrebbe ammontare a 45 miliardi di euro. Una cosuccia da nulla che sicuramente non merita più di un articoletto a pagina 16!!! Ma allora mi chiedo: una democrazia con una stampa così mediocre e partigiana che democrazia è? Come possono i cittadini-elettori farsi un’idea sulle scelte che contano? Abbiamo un primo ministro che rifiuta di assumere qualsiasi posizione precisa sulle scelte che verranno, un governo che tentenna su tutto (tagli fiscali; politica sanitaria; politica estera; bioetica; mercato del lavoro) e il Corriere c’infarcisce la testa con delle emerite cazzate. Ma il nostro è un Paese che vive di soloni intoccabili. Ma davvero possiamo essere così coglioni da credere che sia tutto un caso? Può essere davvero tutto un caso? Che un magistrato con un nome da rockstar detti l’agenda dell’informazione prendendo di mira le marachelle di un principe simpatizzante del centrodestra? Dietrologia? No analisi, pura e semplice.

15 giugno 2006

Scherzi dell'etimologia

Dal dizionario etimologico:
càzzo contratto per cap[éz]zo (= Capezzolo), dal lat. capitìum formato su caput capo: quasi dica piccolo capo nel senso di manico, a cui rassomglia l'arnese di cui parlasi.

12 giugno 2006

Perché la Cdl non può ancora prescindere da Berlusconi

Questo post nasce come commento a quanto scrive oggi ilMegafono sul futuro del centrodestra e sul ruolo di Silvio Berlusconi. L’idea di fondo del suo interessante post è che per il bene della coalizione SB dovrebbe uscire di scena. Solo questa scelta, secondo ilMegafono, consentirebbe al centrodestra di maturare. Ma è veramente così? La Cdl sta sbagliando moltissimo in questi mesi ma il centrodestra in realtà non può ancora prescindere dal suo leader e non potrà mai prescindere dal berlusconismo. Il 3 maggio scorso scrissi un post intitolato “Silvio lascia ma il berlusconismo è più forte di prima” col quale invitavo a prendere atto della chiusura di un’era e della necessità di individuare un nuovo leader. Nella sostanza quindi mi sento di condividere il discorso del Megafono ma per amore di confronto vorrei sottolineare alcuni aspetti che invece mi convincono di meno.

  1. Non credo che SB si ostini a restare il leader della Cdl. L’uomo, come tutti i grandi, certamente non manca di orgoglio e aspirazione ma penso che abbia chiara l’esigenza di farsi da parte. Penso addirittura che abbia già un nome in mente, Franco Frattini. Tuttavia in questo momento a guidare la transizione non può che essere lui. La performance della Cdl alle ultime politiche è dovuta in gran parte al suo ruolo nel bene e nel male e se in questo momento dovesse sparire improvvisamente la coalizione si sfalderebbe. È invece importante che si capitalizzi subito il prezioso consolidarsi di un centrodestra unito nell’elettorato e questo processo non può che guidarlo SB. Non perché il Cavaliere sia il migliore, non perché sia il padre padrone e neppure perché ha creato il centrodestra ma semplicemente perché è l’unico in grado di far dialogare in modo costruttivo i partiti della Cdl. È l’unico che può permettersi di bacchettare Bossi per l’uscita sulla missione in Iraq. È l’unico che può battere i pugni sul tavolo e che può imporre un voto quasi completamente compatto in Parlamento (vedi l’elezione di Napolitano). È l’unico che può dire ad un alleato: ok non sei d’accordo con me però nell’interesse della coalizione per piacere ti adegui (vedi referendum).
  2. L’uscita di SB non significherà, al di là di quello che possiamo desiderare, la fine del berlusconismo, anzi. Quando il Cavaliere uscirà di scena il berlusconismo, inteso come idea politica, sarà certamente più forte di prima. Sciolto dalle problematiche legate al contingente (conflitti d’interesse e processi) resterà tutta la spinta innovativa che il suo ingresso ha impresso alla nostra politica. Il futuro del liberalismo italiano sarà inevitabilmente legato quest’uomo e se il berlusconismo resterà negli obiettivi fondamentali io sarò certo che il centrodestra di domani sarà anche il mio centrodestra.
  3. È sbagliato adattarsi sui giudizi dettati dalla vulgata mediatica. Rassegnarsi a riconoscere SB “unfit” significa rassegnarsi ad accettare che la nostra democrazia sia pesantemente influenzata da certi ambienti sopranazionali. Anche io ho vissuto all’estero la difficoltà di spiegare come l’Italia potesse avere un presidente del Consiglio che veniva dipinto come un trafficante di droga. Ma perché dobbiamo rassegnarci a questa mostruosità? Perché dovremmo lasciarci dettare dalla stampa estera i nostri orientamenti politici? Io dico a SB di aiutarci a gettare le basi di questo centrodestra, partito unico o confederato che sia, e di farsi da parte perché ritengo in dirittura d’arrivo il suo contributo politico. Ma non mi si dica che devo RINUNCIARE al miglior politico dell’Italia repubblicana perché c’è qualche direttore di stampa inglese con la puzza sotto il naso, altrimenti lo sosterrò fino a quando l’ultima cellula del suo corpo non sarà andata in decomposizione!

09 giugno 2006

Lettera aperta a Romano il temporeggiatore

Caro presidente del consiglio pur non avendo il carisma di un Beppe Grillo vorrei rivolgerle qualche timido consiglio per migliorare il suo rapporto con tutti gli italiani. Vede da buon curato di manzoniana memoria lei ha deciso di percorrere da tempo la via del non dire, credendo in buona fede che questa strategia potesse evitarle di assumere posizioni sulle quali la sua coalizione è divisa, sì da non dispiacere a nessuno. In questo modo lei è riuscito quasi a perdere l’elezioni non capendo che, a differenza dei partiti, molte persone preferiscono un leader che magari non condivide ognuno dei loro principi ad un leader che non scegliendo leader non è. Il dramma delle scelta come Soren Kierkegaard insegnava appartiene all’uomo ma alla fine lo stesso tentennare è una scelta, è spesso la peggiore. Ora che è ritornato a Palazzo Chigi come vede questo perseverare nel silenzio è fonte più che mai di equivoci, d’incertezze, ed ahimè forse anche di qualche rischio. Prima di bacchettare la loquacità dei suoi ministri dovrebbe cominciare lei stesso a dirci con chiarezza quali sono le sue scelte concrete. Ora che siede sulla poltrona di capo di governo non può più rifugiarsi dietro a programmi infiniti senza indicazioni programmatiche precise. Lei che è uomo di economia dovrebbe sapere quanto l’incertezza sia deleteria per i mercati eppure rinvia le scelte su tutti i punti più critici della politica. Anche quando si lascia andare ai confronti con la stampa estera, illudendosi di avere interlocutori meno ostici, tutto quel che sa fare è spararle ancora più grosse dei suoi ministri arrivando a definire folkloristici i partiti della sua sinistra di governo e schiavista il suo predecessore che avrebbe così represso le libertà individuali degli italiani per cinque anni. Eppure tutto questo nasconde malamente il suo voler continuare a rinviare le sue scelte, forse semplicemente perché lei non è un uomo che decide ma che si accomoda sulla scelta più opportuna verso la quale i suoi referenti parlamentari e non la spingono. Perché la sua poltrona lei l’ha conquistata non coagulando gli obiettivi comuni di questa informe coalizione ma rappresentando il nulla in cui nessuno si sente discriminato e in cui ogni istanza può essere accolta. Così sull’Iraq e su Israele, sulla Legge Biagi e sul fisco, come sulla Tav lei semplicemente glissa come se il suo parere fosse quello dell’edicolante di piazza Colonna amplificando lei stesso con questo perenne sorvolare le esternazioni della sua squadra di governo. Insomma temporeggiare non paga si fidi. Quinto Fabio Massimo il cunctator riuscì a sfiancare Annibale nella seconda guerra punica con la guerriglia, lei al massimo rischia di fracassare gli attributi di tutti gli italiani a cominciare dai suoi elettori.

08 giugno 2006

Arriva De Gregorio e la maggioranza vacilla

Mercoledì in Senato è andato in scena il primo atto di quella commedia che il centrosinistra si prepara ad offrirci per i prossimi mesi. Alla presidenza della commissione Difesa di Palazzo Madama l’Unione pur avendo lo stesso numero di componenti della Cdl, 12 a 12, sfruttando la regola dell’anzianità puntava sulla nomina della senatrice di Rifondazione Lidia Menapace, 82 primavere di pacifismo mistico e sfrenato sulle spalle. A spuntarla invece come si sa è stato il senatore dell’Italia dei Valori, Sergio De Gregorio che a sorpresa ha avuto il sostegno della Cdl raccogliendo così 13 voti contro gli 11 a favore della Menapace. Il risultato a sorpresa, è bene dirlo subito, è stato innanzitutto frutto dell’ingenuo antimilitarismo della Menapace che fino a mercoledì mattina si è lanciata in tutta una serie di dichiarazioni contro la Nato e le basi in Italia, contro Israele, contro il ricorso alla guerra per qualsiasi ragione, contro finanche le frecce tricolori. Se quindi De Gregorio è stato un abile manovratore di palazzo, è altrettanto vero che la sua argomentazione appare impeccabile: la Menapace era palesemente inadatta a quell’incarico. Ed infatti, al di là delle disapprovazioni d’ufficio provenienti dall’Unione, più che altro in ossequio al presidente della Camera, sono molti nella stessa maggioranza quelli che hanno tirato un sospiro di sollievo alla notizia della combine De Gregorio-Cdl. Lo stesso Riformista ieri in prima pagina esprimeva soddisfazione per la mancata designazione della senatrice di Rifondazione considerata pericolosamente distante dall’approccio più cauto di Massimo D’Alema e Arturo Parisi. Insomma l’episodio di mercoledì non sembra essere dovuto esattamente ad una scheggia impazzita. Certo De Gregorio è un border line - non sono lontani i suoi trascorsi in Forza Italia – ma quanto accaduto è soprattutto figlio di quella divisione profonda che attraversa l’attuale maggioranza su un tema fondamentale come la politica estera. L’asse governativo che va dalla segreteria diessina, Fassino-D’Alema a quella centrista Prodi-Rutelli sa che la sinistra radicale va’ tenuta lontana da certe scelte anche a costo di dare qualche soddisfazione al centrodestra. Ma sarà sempre così facile?
Intanto sul disobbediente De Gregorio sono piovute ieri tutte le accuse più infamanti. Sull’onda del più bieco moralismo il senatore napoletano è oggi additato come un trasformista della politica con frequentazioni poco rassicuranti, da Craxi a Tremaglia, fino a Forza Italia e poi alla Dc di Rotondi. È sempre la solita sinistra, quella che se sbagli non esisti più o più facilmente diventi un nemico da abbattere tirando fuori tutte le vecchie storie che possono infangarti. Il solito doppiopesismo che chiude gli occhi davanti al passato di sangue di Sergio D’Elia e che invece non perde tempo a sputtanare chi sgarra sulla disciplina di coalizione. Da De Gregorio oggi qualcuno a sinistra pretende addirittura le dimissioni perché la libertà del parlamentare è sacra solo quando è funzionale alla causa del partito. Eppure il senatore ribelle è ancora nel centrosinistra e non certo per timore di questi sussulti giacobini. Se davvero dovesse compiere il salto le dimissioni infatti potrebbe essere costretto a darle qualcun altro, visto che il risicato margine della maggioranza al Senato, al netto di senatori a vita e presidente, è appeso a un solo voto. E chi grida all’immoralità il giorno del referendum ricordi che, la riforma costituzionale tanto vituperata, introduce il mandato imperativo per blindare la maggioranza uscita dalle urne anche dai De Gregorio.

30 maggio 2006

Oriana Fallaci: quando la vecchiaia dà alla testa

Mi piacerebbe sapere cosa ne pensano i fallaci-fan delle ultime esternazioni della profeta d’oltreoceano. Non mi si dica che sono solo provocazioni. Il livore estremo non è mai un buon viatico per analisi serie. Se la Fallaci si vergogna dell’Italia io, non da ora, mi vergogno di essere suo compatriota!

Nasce partito pedofilo olandese sotto la bandiera della libertà

Gli approdi assurdi del libertarismo olandese non finiscono di stupire.
Domani ad Amsterdam nasce la NVD (Carità, Libertà e Diversità) il primo partito pedofilo, obiettivo depenalizzare le pornografia infantile e i rapporti fra adulti e bambini con più di dodici anni. Ma nel lungo periodo il traguardo sarà l’abbattimento di ogni restrizione d’età. Secondo uno dei fondatori Ad van den Berg "Educare i bambini significa anche abituarli al sesso. Proibire rende i bambini ancora più curiosi". Ma il vademecum di questi trogloditi non finisce qui. Nella loro società ideale la televisione dovrebbe trasmettere liberamente anche di giorno film porno e dovrebbe essere riconosciuta piena libertà di girare nudi in ogni luogo. Ovviamente massima legalizzazione di tutti i tipi di droghe il tutto al grido di "Daremo una svegliata all'Aja!". Ma questa è vera libertà? La disputa ovviamente non esiste ma non è un caso che proprio in Olanda si arrivi sempre con maggiore facilità a confondere l’abolizione dei divieti con l’accrescimento delle libertà individuali. Non è forse lo stesso dovere dello Stato alla tutela dei deboli la migliore garanzia della loro libertà?

La Cdl perde e se la prende con gli elettori

Il risultato insoddisfacente per il centrodestra in questa tornata elettorale era stato facilmente preannunciato. Non si trattava di fare la parte dei menagramo. L’insuccesso era nell’aria come era nell’aria il testa a testa già diverse settimane prima del voto per le politiche. Quello che accaduto infatti altro non è stata che la matematica conseguenza di una strategia di comunicazione da parte del centrodestra confusa e disorganizzata. Già l’ho scritto più volte. Anziché correre da una città all’altra Silvio Berlusconi & Co. avrebbero dovuto dare maggior risalto alla compattezza della coalizione in parlamento con la creazione immediata di un piano di opposizione preciso ed invece…Invece nulla. Spiace dirlo ma si è continuato a strepitare per un voto sul quale obiettivamente peseranno a lungo le ombre di irregolarità ma che tuttavia non può costituire l’unica arma, soprattutto se si vuole fare di quest’opposizione un progetto solido per domani. La sconfitta, perché tale è, non può essere nascosta dietro la consolazione della conferma in Sicilia. A Torino Rocco Bottiglione è stato letteralmente stracciato da Sergio Chiamparino semplicemente perché la sua candidatura è apparsa artificiosa e tardiva. La conquista dei grandi comuni, pur restando sempre ardua per il centrodestra, si costruisce a partire da un’opposizione seria costante che crei sul territorio dei riferimenti ben precisi. Così non è stato oltre che a Torino, a Napoli e a Roma. Quello che ha vinto non è stata la capacità dei sindaci di centrosinistra ma la loro fama facilmente alimentata grazie al vuoto dell’opposizione. Se Rosa Russo Jervolino riesce ad essere confermata dai napoletani nonostante il caos imperante nella città partenopea è perché quei cittadini - ahimè! – si sono rassegnati ormai ad quel caos e finiscono per votare il personaggio che ha pur sempre un rilievo nazionale maggiore rispetto ad un onestissimo questore che improvvisamente è apparso sulla scena cittadina paventando repulisti di ogni sorta. E chi si aspetta che io oggi vada in giro tronfio con la stelletta di Totò Cuffaro sul petto si sbaglia di grosso!

29 maggio 2006

Le alchimie liberiste della concertazione

Al di là di qualche timido e interessato - vedi legge Biagi - apprezzamento per il precedente governo, Confindustria si conferma grande elettore di Romano Prodi. Le dichiarazioni del nuovo inquilino di palazzo Chigi, durante l'assemblea degli industriali, sono infatti speculari rispetto alle istanze espresse da Luca Cordero di Montezemolo e si concentrano in particolare su due punti chiave: nuove privatizzazioni e taglio del costo del lavoro. I due temi, intendiamoci, sono cari ad ogni liberale, se non fosse che la loro applicazione, in questo caso, resta tutt'altro che univoca.
Le privatizzazioni di un governo liberale non sono infatti «atti di liberalità» a favore di alcuni, ma operazioni con cui lo Stato punta a favorire la crescita di un settore aprendolo ad una maggiore concorrenza e consentendo al tempo stesso all'erario di incassare quanto più è possibile dalla vendita. Da questo punto di vista chi può sostenere oggi con convinzione la bontà delle operazioni con cui lo Stato si privò del controllo di Telecom o del settore trasporti delle Fs? Le privatizzazioni dunque non sono di per sé una garanzia di efficienza e di apertura dei mercati, anzi se mal gestite possono produrre monopoli o oligopoli tali da far rimpiangere il vecchio sistema statale.
Lo stesso discorso vale per la riduzione degli oneri sul lavoro, il cosiddetto cuneo fiscale. Montezemolo ha chiesto su questo costo addirittura una diminuzione di dieci punti in cinque anni. Prodi ha già lasciato intendere che, viste le risorse a disposizione, il taglio ci sarà ma favorirà solo le aziende disposte ad investire quanto risparmiato in termini di tasse sul versante dell'innovazione. Ma chi e come valuterà questa intenzione e questa capacità? Siamo certi che il sacrificio fiscale dello Stato agevolerà la ripresa? In un'ottica liberale, in realtà, il sistema fiscale dovrebbe essere il più semplice possibile, sì da fugare ogni sospetto di contribuenti privilegiati; eppure da questo nuovo governo stanno piovendo in continuazione promesse di tagli selettivi. Da un lato si continua a promettere un'applicazione rigorosa del prelievo progressivo - chi più ha, più paga - dall'altro si assicurano forme di tassazione agevolata ad alcune imprese per favorirne gli investimenti. A tutti noi comunque si annuncia sempre e comunque la necessità di una manovra correttiva nonostante Bruxelles ne neghi l'utilità e continui a mostrarsi fiduciosa nelle misure varate con l'ultima finanziaria.
Qual è la soluzione di questo rebus? Il governo vuole più soldi ma promette di non prenderne ai ceti deboli e di prenderne anche di meno alla grande industria. Al ceto medio, a quella sparuta maggioranza di «caimani» fuori da questa complexio oppositorum
di cui scriveva ieri Raffaele Iannuzzi, sorge spontaneo un legittimo timore.

Da Ragionpolitica del 26 maggio 2006

19 maggio 2006

Bentornato politichese!

Di fronte ai dati Istat sul fatturato il nuovo ministro dello Sviluppo economico (prima Attività produttive) Pierluigi Bersani regala una dichiarazione che ci rituffa nei bei tempi della prima Repubblica, quando si ottundeva il senso critico degli elettori dietro a criptiche formule di analisi economica.

“L’evoluzione delle congiuntura va dunque seguita con grande attenzione e cautela dovuta al fatto che l’industria italiana sta faticosamente uscendo da una prolungata fase di recessione. Il miglioramento del quadro impone infine di agire con urgenza sui fattori strutturali di debolezza del nostro apparato produttivo emersi con chiarezza negli ultimi anni.”

18 maggio 2006

Cdl: elettori più maturi dei politici

Il valzer delle poltrone nel centrosinistra è appena cominciato e intanto la Cdl sembra eclissarsi nella sua sconfitta. Il vuoto sbuffare di questi giorni da parte del centrodestra rappresenta il modo migliore col quale questa coalizione può sciupare il patrimonio enorme che il suo lettorato le ha offerto col voto del 9 aprile. Se da un lato è anche comprensibile che il Cavaliere si prenda un meritato riposo dall’altra parte si assiste ai soliti fendenti nell’aria di molti esponenti della Cdl.
Qualcuno dovrebbe spiegare ai vari Bondi, La Russa, Giovanardi che non saranno certo le loro invettive a far crollare prima un governo già nato male e già criticatissimo dalla sua sempre più labile maggioranza. Siamo alle solite. Al centrodestra sfugge che la comunicazione prima che contro gli avversari va fatta per galvanizzare il proprio elettorato. Eppure il rischio è grosso. Il voto delle prossime amministrative rischia di rafforzare il timido successo dell’Unione grazie al solito rischio astensione da parte degli elettori aerea centrodestra. Si prenda il caso della Campania, una delle regioni dove la diversità degli esiti delle differenti elezioni anche ravvicinate è storicamente più marcata. Nel 2001 il Polo fece praticamente cappotto nei collegi uninominali ma alla guida della Regione e di gran parte delle province e dei capoluoghi in questi anni è sempre andata la sinistra. Alle ultime politiche lo scontro per aggiudicarsi il quorum al Senato è stato all’ultimo voto eppure a Napoli il centrodestra sembra avere scarse possibilità di vittoria. Il motivo di questa classica diversità della partecipazione al voto è attribuibile evidentemente alla minore capacità dei leader locali del centrodestra di risvegliare il proprio elettorato. Eppure quelli che ancora sono sul filo dell’astensione sono tutt’altro che elettori dormienti, anzi. A volte sono tra coloro che seguono con più attenzione la politica ma molto spesso ne sono profondamente sconfortati dalle scelte compiute dalla propria parte. Di qui la necessità da parte dei vertici della Cdl di contribuire fortemente alla campagna per le amministrative non tanto con una mera partecipazione alle campagne elettorali locali, quanto piuttosto con una forte politica di centrodestra a livello nazionale. Il consenso del 9 aprile ha chiesto al centrodestra una cosa ben precisa. Perderete il governo ma non perdete l’unità d’intenti, non disperdete questa forza alternativa alla sinistra costruita in questi anni, non sciupate la spinta riformista dietro vuote polemiche. Gli elettori del centrodestra chiedono che la Cdl si unisca nell’azione prima che in un nuovo soggetto politico. È inutile discutere di nuovi contenitori, di nuovi partiti se prima non si sceglie una strada da percorrere, i paletti entro i quali agire. Farlo significherebbe soltanto avere una nuova sigla dietro la quale le divergenze sarebbero ancora più stridenti. Prima di pensare al partito unico Berlusconi & Co. pensino ad un vero e proprio shadow government del centrodestra che capitalizzando l’esperienza di governo di questi anni sappia ribattere campo per campo le iniziative sballate della maggioranza e riconoscere anche, se è il caso, quelle condivisibili. Il futuro del centrodestra, sconfitto vincente, si gioca in parlamento e passa ineluttabilmente da un opposizione unica e forte.

La diplomazia europea fa sghignazzare l’Iran

Il sarcasmo del presidente persiano Mahmoud Ahmadinejad di fronte all'ultima proposta europea la dice lunga sul ruolo sempre più marginale che stiamo assumendo rispetto alla questione iraniana. Non era necessario infatti che l’Ue offrisse all’Iran un reattore ad acqua leggera per l’uso civile del nucleare per capire, una volta per tutte, che l’obiettivo di Teheran è esattamente fabbricarsi la bomba nucleare. Il rifiuto di Ahmadinejad - non ancora formalizzato - non aggiunge insomma nulla di nuovo alla vicenda. L’insistenza dell’Occidente a bloccare la libera scelta dell’Iran a favore dell’atomica semmai rischia di allargare il consenso interno del governo in carica. Appare difficile infatti aspettarsi che gli iraniani accettino di rinunciare ad un arma detenuta da tutti gli altri grandi paesi dell’area mediorientale. A questo punto la strada da percorrere a livello diplomatico potrebbe essere soltanto quella di cercare in ogni modo il coinvolgimento di Teheran nel consesso internazionale. All’Ue per giocare un ruolo importante nella spinosa questione non resta che individuare una strategia unica in accordo con la Russia. Putin in questo momento è l’unico esponente del G8 con cui Ahmadinejad dialoga apertamente. L’obiettivo cui puntare, quale che sia il percorso, è impedire che l’Iran trovi come unici alleati nazioni come Venezuala e Cuba ma soprattutto evitare che la leadership di Pechino – sempre più assetata di oro nero - riduca al minimo il ruolo dell’Europa.

Update 15.30: Appena entrato alla Farnesina Massimo D’Alema tiene fede alla ormai consolidata fama di pontefice tra maggioranza e opposizione. Così infatti il neo ministro degli Esteri si esprime in merito all’ipotesi che al leader di An venga assegnata la presidenza della commissione Affari esteri di Montecitorio: ''Se l'onorevole Fini avesse desiderio di impegnarsi in questo senso e se maturassero intese che non riguardano il governo ma i gruppi parlamentari se tutto questo accadersse, sarebbe un fatto positivo sia dal punto di vista politico, ma anche per le qualita' della persona, che consentirebbe di mantenere aperto un dialogo costruttivo sui tempi della politica estera''. Sul fronte della nostra politica internazionale innegabilmente una buona notizia ma del resto Kosovo docet.

12 maggio 2006

PIL in crescita, è colpa del governo Berlusconi

La ripresa economica dell’Italia è in arrivo. I dati Istat diffusi ieri confermano l’inversione di tendenza della nostra produzione che nel primo trimestre del 2006 fa registrare un + 0.6% rispetto al precedente trimestre e addirittura + 1.5% rispetto allo stesso periodo del 2005. Il tasso di crescita è in linea con la media europea e addirittura superiore a quella tedesca ferma allo 0,4%. I numeri sono inequivocabili tanto che anche il segretario della Cgil Guglielmo Epifani ne ha riconosciuto il peso, considerandolo ovviamente un evento del tutto congiunturale dal quale il prossimo governo dovrà partire. Insomma se le cose non vanno bene la colpa era del centrodestra, se le cose ora vanno meglio ciò è imputabile a cause esterne, quando il governo Prodi s’insedierà ovviamente il merito sarà suo. Eppure quando Silvio Berlusconi preannunciava in campagna elettorale che l’Italia stava per uscire dalla crisi molti lo accusavano di vendere un fumo nel quale nessuno più credeva. A ben guardare l’andamento della nostra economia è perfettamente in linea con gli obiettivi che il governo si era posto. La strategia è stata chiara. Sacrificare la riduzione del deficit considerando prioritario l’avvio di opere infrastrutturali e praticare una politica fiscale che favorisse e non frenasse gli investimenti. Il risultato più immediato è stato un aumento dell’occupazione, dovuto anche alla legalizzazione del sommerso, e una dose consistente d’innovazione nella pubblica amministrazione e nelle infrastrutture. Insomma il governo Berlusconi ha investito. Tirare la cinghia avrebbe significato soffocare ancora di più l’iniziativa imprenditoriale ma nel lungo periodo non avrebbe innescato alcuna svolta nella crescita. Allora è meglio ridurre il proprio deficit subito o gettare le basi del rilancio per una svolta che consenta domani di riequilibrare anche il proprio bilancio? Questo poi senza contare che in tutta Europa ormai si è superata, anche grazie alla politica estera del governo di centrodestra, l’idea che il rilancio della competitività passi in via prioritaria dal controllo della spesa. Il commissario agli Affari economici Joaquín Almunia in questo senso continua ad essere esplicito. Anche di fronte alle previsioni di una crescita italiana all’1,3% per il 2006, contro una media europea attesa al 2,1%, Almunia continua a considerare importanti le misure della ultima finanziaria di Giulio Tremonti – con tagli strutturali per 20 Mld di euro – e per il momento non ha chiesto all’Italia manovre aggiuntive. Insomma se Bruxelles non s’inquieta per un deficit che resta sostanzialmente sotto controllo, non si capisce perché lo dovremmo fare noi. La verità è che le statistiche vanno lette in modo accurato. I dati più indicativi per valutare l’efficacia di un’azione di governo sono proprio quelli riguardanti il trend. Dire che il debito italiano è ancora il più alto in Europa non spiega nulla della politica economica perseguita, giusta o sbagliata che sia. Il numero degli ingegneri italiani per esempio è ancora lontano dalla media tedesca ma l’Italia in questa classifica è al secondo posto per tasso di crescita. Lo stesso sta avvenendo in altre aeree strategiche: la banda larga, gli incentivi alle imprese che innovano, la ricerca scientifica. Il dato assoluto alla fine conta di più ma il dato relativo aiuta a capire se la strada imboccata è quella giusta.