Così Sergio Romano oggi sul Corriere della Sera difendendo, senza assolverlo in toto, la figura di Bettino Craxi.
In secondo luogo lo difendo perché provai imbarazzo e fastidio quando constatai che la questione morale veniva brandita contro di lui da un partito che si era sostenuto con i finanziamenti di uno Stato potenzialmente nemico e con i proventi del commercio est-ovest. Se non ci fossero state le provvidenziali amnistie degli anni Ottanta, Tangentopoli avrebbe coinvolto parecchi esponenti del Pci. E tutti noi, di fronte a due tipi di finanziamenti illeciti, avremmo dovuto porci questa domanda. Quale, fra i due reati, è il più grave? Accettare il denaro di una potenza straniera che schiera missili nucleari contro l'alleanza di cui l'Italia fa parte, o prenderli, sotto forma di tangenti, nelle tasche dei propri connazionali? Non pretenda una risposta, caro Ottone. Non saprei darla.
05 gennaio 2006
04 gennaio 2006
Politiche 2006: la partita si gioca sulla comunicazione politica
In genere la settimana mediatica che unisce capodanno alla Befana è caratterizzata da una scarsa rilevanza di questioni politiche. I parlamentari ancora gonfi di panettoni e cotechini hanno poca voglia di polemizzare e preferiscono aspettare il cioccolato amaro del 6 gennaio per gettarsi di nuovo nella mischia. Non così quest’anno. Complice l’approssimarsi delle elezioni, il 29 gennaio le camere saranno sciolte, i giornalisti cominciano a buttare giù il seme della campagna elettorale lanciando i temi su cui i Poli si scontreranno. Ma l’esito delle elezioni, che continuo a considerare tutt’altro che scontato, non dipenderà dalle bufere giudiziarie che hanno caratterizzato gli ultimi mesi. Gli italiani hanno ormai fatto il callo, abbiamo storicizzato tangentopoli prima degli stessi protagonisti della politica. A parte qualche profeta noioso a sinistra sono in pochi ad agitare lo spettro delle manette e a profetizzare la politica dell’etica, quale etica poi non è dato sapere. Si va sempre più diffondendo una sorta di machiavellizzazione dell’elettorato. Stanchi di rincorrere i giudici e le loro estemporanee inchieste, stiamo imparando che dai tribunali si può uscire spesso con una coscienza più pulita di chi non vi è mai entrato. Quello su cui invece tendiamo a far sempre meno sconti è l’efficacia dell’azione politica. Con le ideologie ormai pensionate ci sforziamo di valutare in modo sempre più obiettivo i risultati di governo. Questa trasformazione rende sempre più critica la comunicazione politica, la capacità da parte dei governanti di mostrare gli obiettivi raggiunti rispettando l’agenda presentata durante le elezioni. La debolezza del centrodestra in questo momento è tutta in questa inefficienza di comunicazione. Ormai sono sempre più le voci che manifestano la propria sorpresa dinanzi a questa clamorosa defaillance: il politico comunicatore non ha saputo comunicare al proprio elettorato. Come è potuto accadere? Silvio Berlusconi nella sua ultima apparizione a Porta a Porta continuava a rimarcare come questo paradosso mettesse in evidenza lo scarso controllo che ha sui mezzi d’informazione, evidenziando i continui attacchi rivoltigli di continuo dai tre principali quotidiani. La colpa per il premier sarebbe della disinformazione sapientemente orchestrata dall’opposizione. Se questo fosse vero, come in parte certamente è, il Polo delle Libertà non sarebbe comunque esente dalla colpa di non avere avuto la forza e l’attenzione necessaria ad evitare il successo di questa strategia degli avversari. La verità però è un’altra: anche i mezzi d’informazione orientati a favore del governo hanno dato scarsa visibilità alle importanti riforme varate in questa legislatura. I vari Il Giornale, Libero e Il Tempo, sono stati bravissimi a sostenere la politica internazionale, a difendere la necessità di mantenere in Irak il nostro contingente, a punzecchiare l’opposizione sulle contraddizioni che l’attraversano e sulle ombre che ricadono sui leader avversari ma poco o nulla è stato fatto come informazione costruttiva su come la maggioranza stava trasformando il Paese. Le stesse riforme della giustizia, piuttosto che del sistema radiotelevisivo e della tutela del risparmio sono state affrontate più nell’ottica di parare i fendenti che arrivavano in quanto provvedimenti ad personam piuttosto che per porre l’accento sugli importanti benefici che avrebbero introdotto. Colpa allora dei mezzi d’informazione filogovernativi? Non del tutto. Le sollecitazioni per informare l’opinione pubblica sui cantieri normativi aperti come su quelli infrastrutturali dovevano arrivare dal centrodestra stesso che invece è stato lacunoso. Da quando il Polo ha avviato la rincorsa all’Unione? Da quando il premier e gli esponenti più importanti del governo, Tremonti in testa, sono scesi in campo per spiegare punto per punto la politica di questi anni della maggioranza. Ciò che mai è mancato a Silvio Berlusconi e alla sua squadra è infatti il dono della chiarezza e dell’incisività del linguaggio. È su questo che Msi e Lega prima e Forza Italia poi hanno costruito il loro successo elettorale. Ma questa verve comunicativa andava trasformata e mantenuta da voce dell’opposizione per il cambiamento a voce del governo che informava passo dopo passo gli italiani sui progressi del proprio lavoro. Invece nulla, zero assoluto. Anche i più strenui sostenitori hanno fatto spesso fatica a trovare i contenuti per sostenere il confronto con chi chiosava la inoperosità del governo. Il Polo ha perso consenso su questo. Quando anche chi lo aveva votato e riponeva ancora fiducia nella sua attività si è trovato con le armi verbali spuntate. Emblematica in tal senso è stata la polemica del direttore di Libero, Vittorio Feltri giunto a rimproverare in diretta Tv al presidente del Consiglio uno scarso impegno per l’approvazione delle misure che non sarebbero di interesse diretto dello stesso premier (il riferimento era alla depenalizzazione del reato d’opinione). Silvio non dovrebbe allora sorprendersi se la gente ignora le cose buone, e sono tantissime, realizzate dal suo governo. Per correre ai ripari giocandosi il tutto per tutto urge una radicale inversione di tendenza. Il progetto del Motore Azzurro muove in questa direzione ma non è abbastanza. La Casa delle Libertà tutta dovrebbe promuovere attraverso il coinvolgimento di politici, intellettuali, economisti, imprenditori, una grande campagna elettorale basata su un tour di forum sempre aperti sulle riforme più importanti. Un percorso continuo, città per città, che punti non alla retorica del dileggio politico – la sinistra al governo ammazzerebbe il Paese – ma alla illustrazione puntuale di quanto è stato fatto di buono e dei frutti che sarà possibile cogliere continuando a scommettere sul programma di governo del centrodestra.
23 dicembre 2005
Ds e Coop: un'analisi obiettiva
Di seguito l’editoriale apparso sulla prima pagina del Corriere della Sera di oggi da parte di un editorialista tutt’altro che in odore di “berlusconite”. Un’analisi obiettiva condita di considerazioni lungimiranti su cui ogni elettore del centrosinistra dovrebbe soffermarsi.
Caso Consorte: riflessioni sul collateralismo
I Ds e le Coop. Fine di un'era
L'imbarazzo dei Ds è comprensibile. Dopo avere agitato la «questione morale» e proclamato con una certa arroganza le loro superiori virtù civili, sono costretti a leggere nei giornali che anche il loro partito, come quello di Bettino Craxi negli anni Ottanta, ha subito una specie di «mutazione genetica».
Qualcuno si ribella e denuncia l'esistenza di un complotto. Altri respingono le accuse e rifiutano qualsiasi confronto con gli avversari. Altri ancora accennano a un «mea culpa», ma per ragioni soprattutto di stile, e credono che per uscire da questo brutto sogno basti tornare all'austerità di un tempo.
So che i consigli provenienti dall'esterno non sono generalmente graditi.Ma proverò a dire le ragioni per cui queste reazioni mi sembrano sbagliate e controproducenti.
Credo che i Ds farebbero bene, anzitutto, a sbarazzarsi dell'idea di un complotto. All'epoca di Tangentopoli molti procuratori avevano forti ambizioni e speravano di costituire una specie di Collegio dei censori al servizio della pubblica moralità. Oggi non danno interviste, non partecipano a dibattiti, non si vestono e si svestono di fronte alle telecamere. Può darsi che pecchino ogni tanto di troppo zelo, ma fanno le loro indagini con il piglio e lo stile dei loro colleghi americani, inglesi, francesi o spagnoli.
Piaccia o no, questa è la democrazia moderna. Ne sanno qualcosa Giulio Andreotti, Bill Clinton, François Mitterrand, Helmut Kohl, Gerhard Schröder e persino Tony Blair. Non vedo perché iDs dovrebbero considerarsi al di sopra di ogni sospetto e trattare ogni indagine alla stregua di un delitto di lesa maestà.
In secondo luogo dovrebbero rendersi conto che certe abitudini del passato sono diventate oggi inaccettabili e pericolose. L'osservazione è diretta in particolare a Piero Fassino e per certi aspetti a Massimo D'Alema. Quando i lettori appresero, nel corso dell'estate, che Giuseppe Consorte, presidente di Unipol, informava per telefono il segretario dei Ds sullo sviluppo dell'operazione per l'acquisto di Bnl, Fassino, risentito, ricordò i rapporti di solidarietà e vicinanza che legavano il suo partito al grande movimento cooperativo.
Commise un errore e ne intuisco le ragioni. Sapeva che i grandi partiti operai europei, a cominciare dalla socialdemocrazia tedesca, avevano incoraggiato fin dall' Ottocento la nascita nella loro società nazionale delle istituzioni tipiche di una futura economia socialista: cooperative, banche, case editrici, edilizia popolare. Ma nel momento in cui rivendicava il diritto di avere con il presidente di Unipol un rapporto organico, Fassino non sembrava rendersi conto che il quadro, nell'Europa del mercato unico, era ormai profondamente cambiato. Il fatto stesso che Unipol, società d'assicurazione della Lega delle cooperative, fosse già divenuta una banca e aspirasse ora a inghiottire uno dei maggiori istituti di credito nazionali, avrebbe dovuto metterlo in allerta e suggerirgli una maggiore prudenza.
Fassino avrebbe dovuto comprendere che Consorte non era più l'uomo delle cooperative: era un banchiere come gli altri, inevitabilmente destinato a trattare i suoi affari con la stessa libertà a tutto campo di molti dei suoi colleghi. E in tal modo avrebbe risparmiato a se stesso l'imbarazzo di questi giorni.
Sergio Romano
Caso Consorte: riflessioni sul collateralismo
I Ds e le Coop. Fine di un'era
L'imbarazzo dei Ds è comprensibile. Dopo avere agitato la «questione morale» e proclamato con una certa arroganza le loro superiori virtù civili, sono costretti a leggere nei giornali che anche il loro partito, come quello di Bettino Craxi negli anni Ottanta, ha subito una specie di «mutazione genetica».
Qualcuno si ribella e denuncia l'esistenza di un complotto. Altri respingono le accuse e rifiutano qualsiasi confronto con gli avversari. Altri ancora accennano a un «mea culpa», ma per ragioni soprattutto di stile, e credono che per uscire da questo brutto sogno basti tornare all'austerità di un tempo.
So che i consigli provenienti dall'esterno non sono generalmente graditi.Ma proverò a dire le ragioni per cui queste reazioni mi sembrano sbagliate e controproducenti.
Credo che i Ds farebbero bene, anzitutto, a sbarazzarsi dell'idea di un complotto. All'epoca di Tangentopoli molti procuratori avevano forti ambizioni e speravano di costituire una specie di Collegio dei censori al servizio della pubblica moralità. Oggi non danno interviste, non partecipano a dibattiti, non si vestono e si svestono di fronte alle telecamere. Può darsi che pecchino ogni tanto di troppo zelo, ma fanno le loro indagini con il piglio e lo stile dei loro colleghi americani, inglesi, francesi o spagnoli.
Piaccia o no, questa è la democrazia moderna. Ne sanno qualcosa Giulio Andreotti, Bill Clinton, François Mitterrand, Helmut Kohl, Gerhard Schröder e persino Tony Blair. Non vedo perché iDs dovrebbero considerarsi al di sopra di ogni sospetto e trattare ogni indagine alla stregua di un delitto di lesa maestà.
In secondo luogo dovrebbero rendersi conto che certe abitudini del passato sono diventate oggi inaccettabili e pericolose. L'osservazione è diretta in particolare a Piero Fassino e per certi aspetti a Massimo D'Alema. Quando i lettori appresero, nel corso dell'estate, che Giuseppe Consorte, presidente di Unipol, informava per telefono il segretario dei Ds sullo sviluppo dell'operazione per l'acquisto di Bnl, Fassino, risentito, ricordò i rapporti di solidarietà e vicinanza che legavano il suo partito al grande movimento cooperativo.
Commise un errore e ne intuisco le ragioni. Sapeva che i grandi partiti operai europei, a cominciare dalla socialdemocrazia tedesca, avevano incoraggiato fin dall' Ottocento la nascita nella loro società nazionale delle istituzioni tipiche di una futura economia socialista: cooperative, banche, case editrici, edilizia popolare. Ma nel momento in cui rivendicava il diritto di avere con il presidente di Unipol un rapporto organico, Fassino non sembrava rendersi conto che il quadro, nell'Europa del mercato unico, era ormai profondamente cambiato. Il fatto stesso che Unipol, società d'assicurazione della Lega delle cooperative, fosse già divenuta una banca e aspirasse ora a inghiottire uno dei maggiori istituti di credito nazionali, avrebbe dovuto metterlo in allerta e suggerirgli una maggiore prudenza.
Fassino avrebbe dovuto comprendere che Consorte non era più l'uomo delle cooperative: era un banchiere come gli altri, inevitabilmente destinato a trattare i suoi affari con la stessa libertà a tutto campo di molti dei suoi colleghi. E in tal modo avrebbe risparmiato a se stesso l'imbarazzo di questi giorni.
Sergio Romano
19 dicembre 2005
VIA FAZIO, SILVIO NON PESCARE NELLA SINISTRA BUROCRAZIA!
Il Governatore se ne va. Ora l’esecutivo non perda tempo e soprattutto non promuova una nomina sinistrorsa! E un appello a Gianfranco Rotondi che già auspica un candidatura del ciociaro nel Polo: e se andassi a Zelig?
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