20 luglio 2005

Il Polo non chiuda il confronto con l'Islam

La strage del 7/7 sta sigillando sempre più nel centrodestra le porte del dialogo col mondo arabo-islamico. Eppure una cultura dichiaratamente moderata non dovrebbe chiudere mai gli spazi al confronto con l’altro. Se è vero, oltre che ovvio infatti che con i terroristi non si aprono trattative, è altrettanto vero che un’apertura maggiore da parte della nostra società ai problemi che affliggono le popolazioni del vicino e medio oriente resta nel lungo periodo la strategia migliore per evitare di allargare indirettamente le schiere del fronte dell’integralismo violente e carnefice. Su questo campo invece la Cdl sta lasciando alla sinistra terreno libero per promuoversi come unica forza in grado di parlare col mondo musulmano. Passi che questo accada a livello politico ma anche sul terreno intellettuale sono ancora troppo poche le voci che sottolineano l’importanza di accompagnare alle strategie antiterrorismo, ai piani di peace keeping, agli aiuti economici anche un dialogo interculturale che invece centrerebbe il punto nevralgico della crisi Occidente-Islam. Ormai chi nel centrodestra cerca di capire, di avvicinarsi alle radici del Terrore islamico viene tacciato immediatamente di filo-islamismo o di anti-americanismo. L’ultimo editoriale della Fallace è una volta di più il trionfo della rottura, il gaudio del divario che dovrebbe allargarsi sempre di più. Perché secondo la nostra profeta in patria altrui l’Europa, da sempre terra di scontro sì ma anche di fusioni tra i popoli, dovrebbe diventare la riserva dell’uomo bianco ormai troppo buono per confrontarsi con i “cattivi musulmani”. Eppure qui non si tratta di alzare steccati.
Difendersi è importante e i governi – di destra, centro o sinistra poco importa – faranno il possibile per difenderci dagli attacchi terroristici. Ma oltre ciò occorre andare a fondo. Non possiamo rifiutarci di capire che se la violenza islamica miete consensi sommessi (e neppure tanto) dietro c’è una sofferenza ormai atavica rispetto al colonialismo politico-economico dell'Occidente su quei popoli. Dire che il terrorismo internazionale è il sintomo più pericoloso degli squilibri esistenti nel nostro mondo non significa giustificare il terrorismo ma piuttosto capirne le radici per contrastarlo meglio. Se esistono ventenni che, pur allevati nella culla consumistica dei nostri paesi, covano una vendetta in nome della quale sono disposti a sacrificare la propria vita non è per una mera deviazione culturale e religiosa. L’Islam è solo la bandiera attorno alla quale si coagula tutto il malcontento che attraversa i paesi islamici. Il problema non è culturale ma politico e soprattutto economico. L’origine del conflitto non è nella diversità dei nostri stili di vita ma nello squilibrio delle risorse. L’Occidente deve capire che un’economia globale impone un ripartizione più equa della ricchezza. L’Occidente deve mandare a quei popoli segnali chiari di rispetto per le loro tradizioni e loro scelte politiche. È necessario rispondere con durezza ai terroristi ma rifiutando il confronto con l’Islam andremmo contro un processo inarrestabile di confronto con queste popolazioni. È una strategia che l’Europa non può permettersi. L’Europa, e l'Italia in particolare, è chiamata a svolgere un ruolo cardine di ponte fra questi due mondi. Tutti temiamo legittimamente di vedere le nostre tradizioni stravolte da questo incontro ma io non vorrei mai immaginare un futuro di grandi muraglie che difendono le nostre opulente città dall’incalzare di masse di poveri dalla pelle scura. Non voglio un mondo di eletti e di reietti. Abbiamo voluto conquistare il mondo col nostro progresso bene, questo ora c’impone di guidarlo verso una convivenza che si farà inevitabilmente sempre più stretta.

19 luglio 2005

Costituzione a intermittenza per le toghe rosse

Più che un attacco considero la critica di Marcello Pera al Csm una difesa dei principi costituzionali.
Fa specie che mentre tutti si divertono a cogliere l''anticostituzionalità in quasi ogni atto di questo governo, da sinistra si condanni senza appello il presidente del Senato che, nel pieno esercizio delle proprie prerogative istituzionali, richiama l'organo di autogoverno della magistratura ad attenersi ai limiti circoscritti dall'art. 105. Fa specie e neppure tanto a ben vedere se è vero che dietro il Csm c’è la longa manus di Carletto Azeglio Ciampi che costituisce l’opposizione meno chiassosa ma più incisiva alla maggioranza di centro-destra. Il richiamo di Pera è un atto di naturale difesa della divisione dei poteri che si impernia perfettamente in una politica liberale. Infatti la seconda carica dello Stato ha sottolineato come l’espressione autonoma da parte del Csm di pareri non richiesti e addirittura il ricorso alla Consulta contro una legge del Parlamento ponga comunque, a prescindere dalla Costituzione, un problema d’interferenza tra organi con funzioni differenti. Su questo punto il Pera-pensiero è rigorosamente liberale, rispettoso di una costituzione ideale che è alla base di tutti i sistemi democratici. La linearità di questo ragionamento è dimostrata del resto dall’inaspettato sostegno che la critica del presidente del Senato ha incontrato nel deputato di Rifondazione, Giuliano Pisapia, responsabile del settore giustizia per il partito di Bertinotti. In un’intervista sulla seconda pagina del Corriere della Sera di oggi, Pisapia, pur condividendo nella sostanza il parere del Csm, riconosce l’inopportunità di giungere ad uno scontro che altera gli equilibri tra i poteri ricordando come i giudici abbiano la possibilità di esprimere le proprie posizioni sui lavori del parlamento, attraverso le proprie associazioni, nelle audizioni che sempre in questi casi hanno luogo nelle commissioni competenti. Alla faccia di chi vede fratture continue nella Cdl il lo stesso presidente della Camera non ha esitato a difendere la legittimità delle parole di Pera affermando che “se i presidenti di Camera e Senato richiamano il Csm a rispettare l'autonomia delle Camere "non è lesa maestà". Sulla riforma Castelli quindi il Polo mostra i muscoli e trasforma l'attacco del Csm in un boomerang per le toghe rosse.

08 luglio 2005

Stato liberale e scelte dell’individuo

Ho ricevuto questa commento al mio precedente post sui Pacs:

Credo che il punto nodale sia una definizione di omosessualità.
Se si considera l'omosessualità una malattia e, in altri casi una perversione, non v'è alcuna ragione per accordare una legislazione di privilegio (che non sia finalizzata alla cura) agli omosessuali.
Se poi vogliamo dare una tutela giuridica alle coppie non sposate, beh, questa già c'è.
C'è la possibilità di testare, di lasciare legati, di conferire procure.
A cosa servirebbero i pacs se non ad aggirare surrettiziamente la questione matrimoniale ?

L’obiezione è interessante perché offre la possibilità di essere ancora più incisivo su quello che era al centro del mio post, cioè la politica liberale.

Uno dei principi indiscussi sui cui si fonda il liberalismo è che lo Stato intervenga soltanto su quelle scelte individuali che in qualche modo limitano o addirittura ledono le libertà dei terzi. Un governo liberale quindi non è tenuto a valutare la legittimità o tanto meno la moralità di un orientamento sessuale. I Pacs non sono un modo per aggirare il matrimonio ma semplicemente il riconoscimento legale di un accordo tra due persone. Lo Stato è chiamato cioè a non vietare la possibilità di una coppia omosessuale di vincolarsi ad una reciproca assistenza con tanto di pensione di reversibilità e diritto ad una quota (c.d. legittima) di un’eventuale eredità. Il punto è: cosa frega allo Stato e quindi alla comunità se due uomini o due donne decidono di accordarsi in questo modo? NULLA, semplicemente nulla. Obiettivo primo dello Stato liberale è assicurare il tranquillo svolgimento della vita dei cittadini tutelando in pieno le loro scelte individuali, non andarsi ad impelagare in questioni etiche senza fine come se considerare l’omosessualità una perversione da curare o una cattiva condotta da reprimere. Questo non significa che lo Stato non rispetti la morale, ma piuttosto che non ne sposi alcuna perché qualsiasi verità assoluta sarà sempre una verità non condivisa da tutti e minerà di conseguenza alla base le fondamenta della società civile.

06 luglio 2005

Sui Pacs Forza Italia dimostri la sua carica liberale

La discussione che si sta aprendo in questi giorni sui forum di centrodestra in tema di unione tra omosessuali è un’ottima occasione per confrontarsi anche sul ruolo di uno stato veramente liberale rispetto a temi così delicati. Ad accendere questo proficuo dibattito è stato l’intervento di Marcello Pera che da liberale ha definto il divorzio lampo e il matrimonio omosessuale, recentemente approvati dal parlamento di Madrid, come ''un trionfo di quel laicismo che pretende di trasformare i desideri e talvolta anche i capricci in diritti umani fondamentali''. Uno dei nodi della questione pare essere proprio il valore da assegnare all’istituto del matrimonio che secondo alcuni sarebbe né più né meno che un accordo fra le parti, assimilabile nella base ad ogni altro tipo di negozio giuridico, secondo altri un rito cristiano inserito nel diritto positivo dello stato italiano laico che pertanto non può diventare oggetto di modifiche avventate, quelle per intenderci che Pera definisce “capricci”. In verità pare difficile non riconoscere l’origine cristiana del matrimonio e la sua funzione fondante della famiglia. La necessità di ufficializzare davanti alla società l’unione di una coppia nasceva proprio dall’esigenza di offrire una tutela alla prole tanto è vero che ancora oggi, per il diritto canonico, l’impotenza o anche la scelta deliberata di non procreare può essere causa di scioglimento del vincolo coniugale da parte della Sacra Rota. Far riferimento al diritto canonico è importante perché credo faccia emergere inequivocabilmente la natura religiosa dell’istituto matrimoniale e di conseguenza consente anche di capire meglio le chiusure della nostra cultura davanti alla possibilità di rivoluzionarne la base. Consentire ad una coppia che non può generare l’accesso a questo “accordo” giuridico significa infatti rivoluzionare completamente la ratio dell’istituto. Pur da una posizione agnostica quindi capisco le reticenze della nostra società ad aprire il matrimonio agli omosessuali e a questo punto mi chiedo: ma questo scontro è proprio necessario? Perché impuntare i piedi sull’accesso al matrimonio e non invece pretendere il riconoscimento di una convivenza sul modello dei Pacs francesi? Non capisco la battaglia di principio di chi vuole a tutti i costi il matrimonio omosessuale semplicemente perché si scontra con un altro principio che merita altrettanto rispetto cioè la tradizionale funzione del vincolo coniugale. Il capriccio periano secondo me allude proprio a questo accanirsi non per un diritto civile ma per un’equiparazione che nei fatti non potrà mai esserci. Tanto questa battaglia ha scarso valore quanto tra gli stessi esponenti delle associazioni omosessuali del resto si privilegia la lotta per il riconoscimento delle unioni civili. Franco Grillini lo ha capito benissimo e in questa posizione si sta muovendo perché sa bene che è più facile far passare in parlamento una legge sui Pacs, basata sull’esigenza sociale di assicurare un ombrello giuridico alle coppie conviventi, che una legge che estenda il matrimonio alle coppie omosessuali. Anche Imma Battaglia, presidente di Di’ Gay Project, in un’intervista a Vanity Fair (ripresa dal Foglio) dichiarava testualmente: “Io non chiedo il matrimonio, che è un’Istituzione che ha una storia e merita rispetto, ma una regolamentazione delle unioni civili sì”. Insomma la comunità omosessuale è quanto meno per ora interessata prima di tutto a risolvere il problema concreto dell’assistenza sociale piuttosto che scontrarsi con la cultura conservatrice del nostro Paese. Forza Italia su questo campo può dimostrare ancora una volta tutte le sue peculiarità che la distinguono dagli alleati e ne fanno un partito tutt’altro che privo di contenuti e idee. Il rilievo che Il Corriere della Sera ha dato oggi all’apertura di Biondi ai Pacs è leggermente fuorviante. È infatti stato presentato già nell’ottobre del 2003 un disegno di legge del deputato azzurro, Dario Rivolta, per l’introduzione del patto civile di solidarietà, sostenuto da una folta rappresentanza di parlamentari azzurri e anche da alcuni deputati di An. Per il partito del premier la questione rappresenta l’occasione per smarcarsi dall’accusa di neoguelfismo che il referendum sulla procreazione ha erroneamente procurato dando prova di essere davvero quel movimento politico liberale di cui l’Italia ha bisogno. È liberale affrontare infatti i problemi sociali in modo diretto senza perdersi su chiacchiere di principio e su questioni religiose. Gli omosessuali hanno diritto ad avere la possibilità di vincolarsi ad una reciproca assistenza e questo diritto lo stato liberale deve e può facilmente riconoscerlo perché non tange i diritti di altri soggetti giuridici. L’estensione del matrimonio in toto agli omosessuali invece imporrebbe per forza di cosa un percorso legislativo più complesso. Dovendo verificare articolo per articolo la possibilità di applicare tutti i diritti alle coppie gay e lesbiche l’iter aprirebbe inevitabilmente lo scontro sulla possibilità di adottare figli facendo passare in secondo piano il punto centrale della mutua assistenza.