06 marzo 2006

Silvio ti prego! Carmelo Conte no!

Ormai è ufficiale, Carmelo Conte sarà il capolista della lista Dc-Psi al Senato in Campania. Chi voterà il Polo in quella regione saprà che con tutta probabilità, al fianco della propria coalizione, ci sarà questo vecchio esponente del Psi delle vacche grasse che tanta prosperità portò alla Campania infelix. Nostalgie giustizialiste? No, affatto. Non sono contrario al riciclaggio di certi politici della prima repubblica, anche se ho sempre apprezzato il politico che sa riconoscere di aver fatto il proprio tempo. Il punto però è un altro. Il signor Conte ha flirtato fino a qualche mese fa con i Ds e in particolare con l’ex-sindaco di Salerno, Vincenzo De Luca, giustizialista della prima ora e da qualche mese indagato con l’attuale giunta comunale salernitana per lo sperpero delle risorse pubbliche e l’assegnazione “facile” di appalti. Nel 2004 De Luca guadagnò Conte e la sua Costituente socialista alla causa del centrosinistra in corsa per le provinciali e le regionali. Insomma ci prendiamo in casa un mago delle clientele che porterà anche qualche migliaio di voti in dote ma che ha una disinvoltura sfacciata a cambiar casacca. Quando si andrà alla conta pregherei Silvio di risparmiarci eventuali peana per i partecipanti ai valzer mastelliani, GRAZIE!

28 febbraio 2006

Per l’Occidente: i dubbi ne accreditano il valore

Il Manifesto per l’Occidente promosso da Marcello Pera sta sviluppando sui blogger di centrodestra un dibattito di altissimo livello. Dopo una prima entusiastica adesione, la comunità di TV ha cominciato a confrontarsi su posizioni che restano certamente “contigue”. Molti hanno lamentato un appiattimento eccessivo verso la deriva c.d. teocon. I dubbi in questo senso sono arrivati non solo, come era prevedibile, dai riformatori liberali, ma anche da chi riconosce la pregnanza della dottrina cristiana nella cultura occidentale eppure fa fatica ad ammettere i valori religiosi come valori sintetizzanti dell’Occidente. Non può non venire in mente in questa discussione la figura del ghibellin fuggiasco che da cattolicissimo conservava le sue legittime perplessità su una politica di stato che s’identificasse con la Chiesa di Roma. Come è stato notato in molti post il Manifesto di Pera centra molto bene le difficoltà dell’Occidente e il bisogno di riscoprire l’orgoglio della nostra identità ma pecca nel ridurre la nostra difesa ad una difesa dei principi cristiani. Come si può dimenticare che in nome di quegli stessi principi qualche secolo fa nella nostra Europa si mandavano gli infedeli sul rogo? Ma accanto a questa disputa esiste un’altra problematica su cui incoccia il carattere teocon di questo Manifesto. Da un punto di vista squisitamente strategico, conviene veramente arroccarsi sulla religione e riconoscere così al fondamentalismo violento la rappresentanza di tutto il mondo musulmano? Non sarebbe meglio riconoscersi intorno ad un nucleo di valori laici, e non laicisti, condivisibili al di là del credo religioso? I principi cristiani costituiscono una parte fondamentale della nostra cultura cui non intendo assolutamente rinunciare ma presentati così rischiano di accreditare l’idea dello scontro di civiltà. Per l’Occidente può essere invece anche un musulmano o un buddista se questo significa rispettare la libertà dell’altro.
Queste in sintesi le mie perplessità. Oltre il quale mi preme sottolineare che il Manifesto di Pera resta una base importantissima dal quale partire. E fuor di dubbio che questa dichiarazione rappresenti l’affermazione di un mondo conservatore che riscopre la forza di emergere e di riaffermare le nostre radici. Se riusciremo a discutere in modo rispettoso sulle modalità attraverso le quali riaffermare l'orgoglio della nostra Storia questa affermazione potrà diventare veramente il Manifesto di tutte le nazioni dell'Occidente, scavalcando così trasversalmente ogni barriera ideologica e confessionale.

23 febbraio 2006

Innovazione: Microsoft elogia governo

In settimane in cui i sinistri quotidiani non si stancano di stigmatizzare il sorpasso del nostro paese sul Botswana nella classifica Wef sulla competitività, arriva il giudizio dell’ad di Microsoft Italia che sarà anche interessato ma non certo all’inerzia nelle politiche innovative. Ecco le dichiarazioni raccolte dall’Adnk:

''Per il futuro ci auguriamo che la sensibilita' sia tale da fornire sia al Ministero che alle imprese italiane, quegli incentivi e quei fondi che sono necessari per fare grandi progetti nel mondo dell'information technology''. Lo ha detto Marco Comastri, amministratore delegato di Microsoft Italia, nel commentare le politiche innovative e tecnologiche del Governo in questi ultimi cinque anni. ''Sono stati fatti passi in avanti estremamente importanti -sostiene Comastri- in primo luogo e' stato creato un Ministero che si e' dedicato alla tecnologia informatica, che ha operato nella direzione di fornire servizi tecnologici agli italiani, semplificando la loro vita. Lo ha fatto anche muovendosi in un ambiente che non ha fornito una quantita' di investimenti adeguata alle esigenze''. Infine Comastri ha commentato il recente via libera al decreto Stanca, che introduce il concetto di certificazione per la posta elettronica. ''E' senza dubbio una cosa positiva la standardizzazione e' l'elemento che permette una maggiore diffusione della tecnologia informatica. Nel caso della posta elettronica avere una certificazione che aiuta a scambiarsi i messaggi con standard definiti, porta sicuramente dei vantaggi. In questo senso abbiamo operato con le Poste Italiane, realizzando un progetto molto importante, ossia la 'raccomandata on-line', attraverso la quale ogni cittadino italiano puo' mandare una raccomandata senza spostarsi da casa''.

Samarra ci urla la complessità l’Islam

La triste distruzione della moschea sciita a Samarra in Iraq da parte di estremisti sunniti è l’ennesima dimostrazione delle divisioni che lacerano dall’interno il mondo islamico. L’attentato ci aiuta a capire una volta di più la complessità della questione musulmana, le difficoltà a pianificare una strategia di confronto con una realtà che non ha un’autorità politica univoca in grado di controllare la situazione. Non possiamo chiudere gli occhi davanti a questa criticità. Gli attentati interni al mondo arabo sono un fattore che deve pesare alla stessa stregua degli attentati contro gli occidentali. Quest’impostazione non collide con quanti chiedono ai nostri governi di alzare la voce con chi guida gli stati musulmani ma aiuta però a comprendere la difficoltà del percorso di pace. Fino a quando in quei paesi non si svilupperà la consapevolezza necessaria a capire che la religione è soltanto la leva con cui pochi cercano di aizzare la moltitudine l’Occidente vivrà sempre con la minaccia di reazioni sconsiderate. La circolazione delle idee, il confronto interculturale e quindi la crescita nel mondo islamico di una nuova generazione più aperta al riconoscimento reciproco dei valori sono le strade irrinunciabili di una saggia strategia diplomatica. Dobbiamo restare inermi davanti alla violenza? Assolutamente no. I nostri stati devono reagire duramente ad ogni forma di terrore innanzitutto promuovendo misure di repressione preventiva del fanatismo religioso nei nostri confini. Gli immigrati che vivono in Occidente devono essere il nostro tramite privilegiato che ancora più dei leader musulmani può far maturare in Oriente una visione diversa del rapporto col mondo cristiano. E qui da noi che possiamo e dobbiamo cominciare a gettare le basi di una convivenza equa, paritaria, riconoscendo da un lato il loro diritto a coltivare il proprio culto dall’altro pretendendo un assoluto rispetto per i nostri valori religiosi, culturali e soprattutto democratici.